L’onda emotiva della vittoria del referendum si sta esaurendo e manca una strategia chiara del Campo largo
Per Paolo Mieli, a due mesi dalla vittoria del No al referendum e alla vigilia del voto in 626 comuni, né destra né sinistra mostrano particolare forza. La destra appare frastornata, tra polemiche interne e difficoltà anche sul piano internazionale che limitano l’iniziativa di Giorgia Meloni; potrebbe durare fino a fine legislatura, forse battendo il record di permanenza a Palazzo Chigi, ma a costo di un progressivo logoramento, già segnalato dai sondaggi. La sinistra, invece, non ha saputo sfruttare il vantaggio derivante dal referendum: l’onda emotiva si sta esaurendo e manca una strategia chiara. I leader — da Elly Schlein (nella foto) a Giuseppe Conte — oscillano tra l’idea di vincere e quella più prudente di limitarsi a impedire la vittoria della destra, rinviando sia la scelta del candidato sia la definizione del programma. In questo quadro, la sinistra sembra non credere fino in fondo nella possibilità di ottenere una vittoria netta e lascia intendere di preferire un ritorno a maggioranze costruite dopo il voto in Parlamento. Ma qui, osserva Mieli, sta il nodo: da trent’anni, nelle elezioni locali e regionali, gli italiani votano con sistemi maggioritari che indicano chiaramente vincitori e sconfitti, abituandosi all’idea che siano le urne a decidere chi governa. Tornare a logiche parlamentari fluide rischia quindi di essere percepito come un passo indietro e un errore politico. Inoltre, governi nati da alleanze eterogenee e instabili finiscono spesso per favorire, alle elezioni successive, chi ne resta fuori. Per questo, secondo Mieli, la sinistra dovrebbe presentare una propria proposta di riforma elettorale — anche diversa da quella della destra, ma capace di garantire governabilità — e accompagnarla con un programma essenziale. Solo dopo avrebbe senso discutere della leadership; altrimenti, le primarie rischiano di ridursi a un rito. In assenza di questa svolta, è probabile un ritorno a governi costruiti in Parlamento, guidati da figure capaci di tenere insieme maggioranze trasversali, confermando in parte le analisi di Carlo Calenda.





