L’ombra del Gru su Roma, soldi, fonti e segreti di Stato nella rete dell’ex 007
Ariel Piccini Warschauer.
Le spie non se ne vanno mai del tutto, cambiano solo modalità operative e d’ingaggio. L’indagine del Ros dei Carabinieri, coordinata dalle Procure ordinaria e militare di Roma, squarcia il velo su una classica operazione di humint — l’intelligence basata sulle fonti umane — gestita direttamente da Mosca e radicata nel cuore delle nostre istituzioni di sicurezza.
Al centro della rete c’è una figura cerniera: un ex sottufficiale dell’Arma, 59 anni, transitato poi nei ranghi dei servizi segreti nazionali e ora in pensione. Un profilo perfetto per chi cerca di penetrare i segreti di un Paese Nato. L’accusa è pesante: spionaggio, rivelazione di segreti di Stato e accesso abusivo a sistemi informatici. L’obiettivo era passare materiale classificato ai terminali del Gru, il temuto servizio d’intelligence militare del Cremlino.
L’inchiesta, partita a fari spenti nel maggio del 2025, rivela un modus operandi da manuale della Guerra Fredda, ma aggiornato alle vulnerabilità tecnologiche odierne. L’ex agente italiano fungeva da collettore e da unico punto di contatto con un ufficiale russo coperto da immunità diplomatica nella Capitale. Ma l’ex 007 non agiva da solo. Aveva costruito una filiera interna, una ragnatela che contava almeno sei fonti, tra cui quattro militari in servizio effettivo impiegati in ruoli ad alta sensibilità nei servizi segreti italiani.
Lo schema era lineare, consolidato dal tempo e dal cinismo. L’agente russo esplicitava le necessità informative di Mosca durante incontri riservati. A quel punto l’ex agente attivava le sue “talpe” nei ministeri e nei comandi per estrarre i dati sensibili, abusando anche dei sistemi telematici. Nei meeting successivi, le informazioni top secret — che secondo l’accusa comprendevano piani militari, dinamiche interne e persino i nominativi di operativi italiani e del Ros coperte da segreto militare — venivano consegnate in cambio di mazzette in denaro contante.
Mosca cerca da sempre di mappare i flussi informativi dei Paesi Nato della sponda Sud, e l’Italia resta un terreno di caccia privilegiato per ragioni storiche e logistiche. La reazione della Difesa è stata immediata, con il ministro Guido Crosetto che ha blindato le istituzioni parlando di tolleranza zero e disponendo la massima collaborazione con i magistrati. Non può esserci cedimento quando sono coinvolti soggetti con ruoli di responsabilità che mettono a rischio la sicurezza della Repubblica.
La concomitanza delle indagini della Procura ordinaria e di quella militare sottolinea la gravità della falla. Quando a essere compromessi sono i codici, le identità degli agenti sul campo e i piani di sicurezza nazionale, il danno rischia di essere profondo e a lungo termine. Le perquisizioni informatiche e locali scattate in queste ore serviranno a capire quanto a fondo abbia scavato la talpa prima che il Ros decidesse di far scattare le manette, in una partita a scacchi tra Roma e Mosca che si arricchisce di un nuovo, delicatissimo capitolo per la sicurezza del nostro Paese.





