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L’incontro in Vaticano apre la possibilità di un reset nei rapporti bilaterali

Maurizio Molinari su La Repubblica descrive l’incontro tra Marco Rubio e Papa Leone XIV come un passaggio che, pur non eliminando le tensioni tra Stati Uniti e Vaticano, apre alla possibilità di un «reset» nei rapporti bilaterali. Le due parti sottolineano la discussione sui conflitti in Medio Oriente e su temi comuni, mentre l’iniziativa americana segnala la volontà della Casa Bianca di ristabilire un dialogo dopo gli attacchi di Donald Trump al Pontefice. Rubio si distingue per toni rispettosi e per l’attenzione mostrata, indicando un ritorno a modalità diplomatiche più tradizionali e lasciando intravedere un possibile riavvicinamento, anche attraverso l’invito ufficiale del presidente a visitare gli Stati Uniti. Tra i temi affrontati emergono, oltre alle crisi in Medio Oriente, anche le priorità legate all’emisfero occidentale e alla tutela delle comunità cristiane, in particolare in Africa. Ma il punto più rilevante riguarda Cuba, tornata al centro dell’agenda comune: da un lato Washington prosegue la pressione sul regime con l’embargo, dall’altro il Vaticano insiste sulla necessità di sostenere la popolazione. La Chiesa cattolica appare un interlocutore chiave in vista di una possibile transizione, anche per il ruolo storico nei rapporti con l’isola e per il radicamento religioso della società cubana. In questo quadro, pesa anche il legame personale di Leone XIV con Cuba, maturato prima del pontificato attraverso visite e attività nell’Ordine agostiniano, oltre a possibili origini familiari. Questi elementi spiegano l’atteggiamento positivo dell’Avana verso il nuovo Papa e la centralità del Vaticano come canale diplomatico con l’Occidente. L’incontro tra Rubio e il Pontefice suggerisce così non solo un tentativo di ricomporre le frizioni recenti, ma anche l’avvio di una possibile collaborazione su Cuba, in un contesto di crisi economica e tensioni sociali sull’isola. In questa prospettiva, il «reset» non riguarda solo le relazioni bilaterali, ma si inserisce in un possibile cambio di agenda americana, orientato a chiudere il fronte iraniano per concentrarsi su nuovi equilibri nell’area caraibica.

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