L’impossibile è talvolta una decisione presa in anticipo?
Paolo Benini.
Non ho competenze per stabilire se le due operazioni progettate da Luigi Lovaglio su Banco BPM e Banca Generali siano finanziariamente sostenibili, industrialmente opportune o destinate a superare il vaglio degli azionisti e della BCE. Da senese provo qualche dispiacere nel veder scomparire una istituzione storica, che tuttavia la citta’ ad un certo punto ha certamente smesso di meritare compiendo scelte abominevoli, con una gestione piu’ adatta al banchino del granturco che alle banche. Io penso come Lovaglio: la provvidenza aiuta chi fa cose per meritarsela. Posso però osservare il comportamento di chi si trova davanti a una minaccia capace di modificare radicalmente il futuro dell’organizzazione che dirige. Leggo che Ignazio Angeloni, già componente del Consiglio di vigilanza della BCE, ha definito la mossa di Lovaglio difensiva e offensiva, riconoscendogli «coraggio, fantasia e capacità di azione rapida», per poi suggerirgli ironicamente di rivolgersi a Tom Cruise, protagonista di Mission: Impossible. La battuta è efficace perché riassume la dimensione della difficoltà. Non dimostra, tuttavia, che la missione sia davvero impossibile, come del resto nei vari film della serie.
Le operazioni di Lovaglio sono certamente nate dalla contingenza. Senza l’offerta di Intesa Sanpaolo e la prospettiva dello smembramento della rete commerciale di MPS, probabilmente sarebbero state diverse, sarebbero arrivate più avanti o non sarebbero arrivate affatto. Ma una strategia non perde dignità perché viene costruita in risposta a una minaccia. Al contrario, la prestazione di livello elevato consiste spesso proprio nella capacità di aggiornare rapidamente il piano quando cambia il contesto. Lovaglio non si muove inoltre da una posizione puramente immaginaria: guida MPS da anni ne ha diretto il risanamento, ha completato l’aumento di capitale, ha migliorato redditività e profilo di rischio e ha condotto l’operazione Mediobanca. Il curriculum non rende realizzabile qualunque progetto, ma distingue almeno un tentativo fondato su competenze e risorse verificabili dalla semplice fuga in avanti che invece a Siena abbondarono. I CV non c’erano! La situazione generale non e’ migliorata. Il momento di allora si e’ trasformato in condizione abituale.
La psicologia della prestazione studia da tempo ciò che accade quando una situazione molto difficile viene interpretata come minaccia oppure come sfida. Una meta-analisi pubblicata nel 2025, comprendente 62 studi e 7.418 partecipanti, ha rilevato risultati mediamente migliori negli individui che affrontavano il compito prevalentemente in uno stato di challenge rispetto a quelli dominati dallo stato di threat. L’effetto era piccolo, dunque nessuna formula miracolosa: percepire una possibilità non garantisce il successo. Cambia però il modo in cui vengono distribuite attenzione e risorse, la disponibilità a cercare soluzioni e la qualità dell’azione. Quando, al contrario, una minaccia viene considerata incontrollabile, aumenta il rischio di restringere il campo cognitivo, affidarsi alle risposte già conosciute e scambiare la previsione della sconfitta per una valutazione oggettiva. La letteratura organizzativa descrive questo fenomeno come threat-rigidity: sotto pressione persone e sistemi tendono a centralizzare il controllo, ridurre l’esplorazione e ripetere schemi familiari, anche quando proprio quegli schemi non sono più sufficienti.
Non esiste quindi una base scientifica per sostenere che chi osa si salva. Esiste, invece, una base sufficientemente robusta per affermare che chi considera la partita già conclusa smette di produrre le condizioni che potrebbero modificarne l’esito, spesso agisce in modi sconsiderati. Tra la convinzione infantile che tutto sia possibile e la rassegnazione preventiva esiste lo spazio professionale della prestazione: valutare risorse, vincoli, tempi, avversari ed execution risk; costruire alternative credibili; decidere e agire sapendo che il risultato rimane incerto. Osare senza criterio è azzardo. Avere criterio e non osare, quando l’alternativa è una sconfitta pressoché certa, può essere soltanto una forma più raffinata di rinuncia.
Non so se Lovaglio riuscirà a convincere i fondi americani, gli azionisti, Crédit Agricole e la vigilanza europea, mi farebbe piacere esclusivamente per lui, per il resto … è la banca dove era direttore mio nonno. So però che accettare passivamente l’offerta di Intesa avrebbe eliminato ogni incertezza: MPS non avrebbe avuto bisogno di Tom Cruise, perché il finale sarebbe stato già scritto.





