L’economia dell’Italia repubblicana e il dinamismo delle origini che sembra smarrito
Giuseppe Roma su InPiù scrive sull’economia dell’Italia repubblicana che, secondo l’autore, ha cambiato in meglio il volto del paese e, soprattutto nei suoi primi due decenni, costituisce un caso di scuola a livello internazionale, come processo di “sviluppo accelerato”. Non solo le condizioni politiche, ma anche quelle socio-economiche di partenza erano disastrose. Una nazione arretrata rispetto alle altre grandi economie europee. Tullio De Mauro ci ha ammonito a lungo sull’analfabetismo di ritorno, ma nel 1946 di analfabeti veri ce n’erano più di 6 milioni, il 13% della popolazione. Su 45,2 milioni d’abitanti, allora, i lavoratori erano quasi 20 milioni, ma per il 42% dediti all’agricoltura. Oggi, su 58,9 milioni di residenti, gli occupati sono 24,1 milioni, il 70% impiegato nei servizi e solo il 3,4% in agricoltura. La repubblica delle origini aveva un dinamismo che nel tempo si è perduto. I nati (vivi si specificava allora) erano 23 ogni 1.000 abitanti, oggi siamo a 6 per mille. Nei primi 10 anni della repubblica l’economia italiana si è sviluppata a una media dell’8% annuo. Negli ultimi 10 anni il pil italiano in termini reali è cresciuto di appena lo 0,9% annuo.
Una pubblicistica sterminata ha analizzato, sotto molti aspetti, il ciclo di vita del sistema Italia dal dopoguerra in poi, fornendoci una pluralità di interpretazioni. Ci viene in aiuto anche l’ultima Relazione Annuale di Bankitalia che, in uno dei suoi tanti interessantissimi “riquadri”, esamina la quantità e qualità della produzione legislativa. In fin dei conti viene misurato come le istituzioni e i politici abbiano operato e operino concretamente nel dettare le norme dell’Italia repubblicana. In questi ultimi 80 anni, la produzione legislativa si è ingarbugliata, diminuendo il peso delle leggi, a fronte di altri tipi di atti (decreti, regolamenti, etc.). Le leggi erano i tre quarti del totale fra 1950 e 2000, sono divenute un terzo nel periodo successivo. In compenso, sono aumentati il numero medio di articoli per provvedimento da 10 a 20, e il numero di parole per articolo da 230 a 670 circa.
Una babele legislativa che finisce per influenzare negativamente le relazioni sociali, ma soprattutto l’efficienza del sistema produttivo, stretto fra nuovi obblighi e incertezza sulle regole da rispettare. Infinitamente grati alle classi dirigenti politiche, burocratiche ed economiche che hanno determinato con lungimiranza il corso della repubblica. Per fortuna l’Italia ha energie e un tessuto sociale che la rende solida e la mantiene al livello degli altri grandi paesi europei, nonostante i segni di una certa senilità legislativa.





