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L’eclissi della logica, perché il racconto del genocidio può essere un falso storico

Ariel Piccini Warschauer.

Dall’ottobre 2023 assistiamo a un fenomeno psicotico collettivo: l’inversione sistematica della realtà. Il 7 ottobre, Hamas ha messo in atto un tentativo di genocidio reale, dichiarato e filmato con orgoglio: il massacro deliberato di civili nelle loro case. Eppure, con una velocità che tradisce una regia ideologica preesistente, l’accusa è stata ribaltata. Israele, il bersaglio del pogrom, è diventato il “carnefice”.

Ma se usciamo dal perimetro degli slogan urlati nelle piazze e proviamo ad applicare il filtro del pensiero critico, la narrazione del genocidio a Gaza crolla sotto il peso di domande basilari a cui nessuno, tra i detrattori dello Stato ebraico, vuole rispondere.

Se l’obiettivo di Israele fosse davvero lo sterminio sistematico della popolazione palestinese, perché non è ancora accaduto? Israele possiede una superiorità tecnologica e militare tale da poter causare centinaia di migliaia di vittime in poche ore, non in mesi. Invece, i dati — pur tragici come in ogni contesto bellico — mostrano un rapporto tra civili e combattenti caduti che è tra i più bassi nella storia della guerra urbana moderna, inferiore a quanto visto in Iraq o Afghanistan. Un “genocidio” in cui chi ha il potere di distruggere sceglie di non farlo è, logicamente, una contraddizione in termini.

Siamo di fronte all’unico “sterminio” della storia in cui il presunto carnefice avvisa la vittima prima di colpire. Telefonate, messaggi, lanci di volantini, corridoi umanitari protetti per permettere il deflusso dei civili: sono azioni che non solo non appartengono alla grammatica del genocidio, ma che complicano tatticamente l’operazione militare, mettendo a rischio la vita dei soldati israeliani sul campo. Perché rischiare i propri uomini in combattimenti strada per strada se l’intento è la tabula rasa?

Si parla di “fame intenzionale”, ma i numeri raccontano un’altra storia: oltre un milione di tonnellate di aiuti sono entrate nella Striscia. Che senso avrebbe fornire logistica e permessi per l’ingresso di cibo se l’obiettivo fosse l’inedia? Ancora più paradossale è la recente campagna vaccinale contro la polio: centinaia di migliaia di bambini palestinesi vaccinati con il supporto e il coordinamento delle autorità israeliane. È possibile che uno Stato pianifichi lo sterminio di un popolo e, contemporaneamente, ne curi meticolosamente la salute pubblica?

Infine, c’è il silenzio sulla Cisgiordania e sugli arabi israeliani. Se Israele volesse eliminare i palestinesi in quanto tali, perché milioni di loro vivono, lavorano e pregano in territori sotto il pieno controllo israeliano senza subire alcun “genocidio”? La risposta è semplice: quella a Gaza è una guerra contro Hamas, un’organizzazione terroristica che usa i propri civili come scudi umani, non una caccia all’etnia.

Il pensiero critico ci impone una scelta: o accettiamo la tesi del genocidio ignorando sistematicamente tutti i fatti che la smentiscono, o ammettiamo che siamo di fronte a una guerra urbana brutale, tragica e necessaria, scatenata da chi il genocidio lo vuole fare davvero.

Gli slogan sono rumorosi, ma la logica è più forte. È tempo di smettere di assecondare narrazioni preconfezionate e tornare a guardare i fatti. Perché la verità non ha bisogno di megafoni, ha solo bisogno di essere osservata senza pregiudizi.

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