Il re solo nell’arcipelago del passato: Carlo, le Bermuda e quel debito con la storia
Ariel Piccini Warschauer.
C’è qualcosa di profondamente malinconico, eppure squisitamente regale, nell’immagine di Carlo III che sbarca sulla Place del Roi, a Saint-Georges, avvolto nel suo impeccabile completo beige in lino — quel colore che i sarti di Savile Row riservano alle latitudini dove il sole non concede sconti. Lo abbiamo visto solo, senza la sua Camilla, rimasta probabilmente a Londra a riprendersi dalle fatiche della visita di Stato a Washington, o forse semplicemente felice di lasciare al marito la scena di questo ultimo scampolo di Impero nell’Atlantico.
Carlo alle Bermuda non è solo un sovrano in visita ufficiale; è un figlio che ricalca orme pesantissime. Cento anni fa nasceva Elisabetta II, e l’arcipelago — che per la Great Mother ebbe sempre una devozione quasi commovente sin dal 1953 — sembra averlo accolto con lo stesso spirito: un misto di nostalgia e curiosità per questo Re che somiglia sempre più a un gentiluomo di campagna prestato alla diplomazia globale.
Ma non fatevi ingannare dal sorriso e dalla battuta pronta. Il Re che scherza con il Premier David Burt — «Chiedo scusa se ci sono voluti quattro secoli per vedere un Re regnante da queste parti» — è lo stesso uomo che, con una sensibilità che la madre raramente esternava in pubblico, ha scelto di infilare le dita nella piaga ancora aperta della schiavitù.
Carlo possiede quel dono tutto britannico di saper guardare in faccia l’orrore del passato senza perdere il decoro del presente. Vedere il Capo del Commonwealth chinare il capo davanti alle maschere dei Gombey, mentre le clochette dei ballerini rintoccano come le catene dell’asservimento, ci restituisce l’immagine di una monarchia che sta faticosamente cercando di emendare i peccati dei padri. Carlo sa bene che il tempo delle scuse formali e dei risarcimenti è vicino, e questo viaggio mémoriel ne è la prova provata.
Eppure, tra una riflessione sui colletti di ferro del XVI secolo e un discorso al Congresso americano sulla difesa dell’Ucraina, il Re non dimentica di essere… Carlo. Eccolo dunque, quasi fosse un episodio di The Crown ambientato ai tropici, mentre si sporca le mani per liberare dei paguri terrestri sull’isola di Trunk o mentre taglia la torta per il centenario dell’acquario. Piccoli gesti che servono a ricordare che la Corona, prima di essere politica, è teatro e rito.
Mentre il Re si appresta a risalire sulla scaletta del suo jet per tornare nel grigio cielo di Londra, resta nell’aria il profumo dei fiori di ibisco e l’eco di una diplomazia che cerca un equilibrio impossibile tra il dovere di ricordare e la necessità di andare avanti. Carlo torna a casa avendo dimostrato che, anche senza la sua Regina accanto, sa reggere il peso di una corona che, per quanto alleggerita dalla modernità, resta ancora la più pesante del mondo.
Bentornato a casa, Maestà. Camilla l’aspetta, e con lei, un Regno Unito che continua a specchiarsi, tra luci e ombre, nel suo volto sempre più segnato, ma mai così autorevole.





