Le primarie del Campo largo, la politica non è la favola di Andersen alla fine contano i voti
Biagio Marzo.
Ce n’è voluto per scoprire che nel vaso di Pandora ci sono anche le primarie, capaci di terremotare il campo largo. Se n’è accorto Roberto Speranza, ex ministro della Salute, che le considera una minaccia per la coalizione di opposizione e, nello stesso tempo, un regalo alla maggioranza di governo. Le preoccupazioni di Roberto Speranza le esprime tutte e trova la chiave della risoluzione del problema: candidando o un partigiano – vattalappesca- o un giovane delle belle speranze. Non sapremo mai se fa questa proposta per banalizzare o per ridicolizzare il problema. Di questo passo, Giorgia Meloni ritornerebbe a Palazzo Chigi oppure, chissà, potrebbe guardare al Colle per insediarsi un giorno come inquilina del Quirinale. Delle due l’una: il campo progressista resterebbe laddove si trova attualmente, all’opposizione. Come nella favola di Andersen, durante la sfilata un bambino rompe il silenzio dell’ipocrisia collettiva e urla la semplice verità: «Il re è nudo!». Morale della favola: Speranza squarcia il velo e rivela una verità che nessuno aveva avuto il coraggio di denunciare apertamente. Lo scontro delle primarie tra Elly Schlein e Giuseppe Conte potrebbe lasciare strascichi velenosi tra gli elettori del campo largo, con conseguenze serie sulle politiche del 2027. Se vincesse Schlein, una parte dell’elettorato del M5S, con la sua particolare identità politica, potrebbe non sentirsi rappresentata e disertare le urne. Viceversa, la vittoria di Conte provocherebbe un forte turbamento tra i Dem, che vedrebbero sottratta la candidatura a Palazzo Chigi alla leader di un partito elettoralmente più forte dei Cinque Stelle. Si andrebbe incontro — servendoci del riferimento storico come metafora — a una sorta di “trappola di Tucidide”: la competizione per la supremazia finirebbe per indebolire entrambi i contendenti. Potrebbe vincere Schlein oppure Conte alle primarie, ma la vera vincitrice rischierebbe di essere Meloni, mentre sul terreno della battaglia resterebbero, metaforicamente, morti, feriti e dispersi della coalizione progressista. Bisogna poi attendere la proposta di legge elettorale della maggioranza. Ci sarà l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio? Tutto lascia pensare di sì. L’opposizione, accompagnata dal suo coté di costituzionalisti, la considera un primo passo verso quella riforma del premierato che Meloni definisce la madre di tutte le riforme. A ben pensarci, l’indicazione del candidato premier non dispiacerebbe affatto a Schlein. La segretaria del PD si batte per le primarie, convinta di poterle vincere anche grazie alla mobilitazione di settori tradizionalmente vicini alla sinistra: dalla CGIL di Maurizio Landini al mondo dell’associazionismo e dei diritti civili. Resta invece un punto interrogativo su una parte dell’elettorato Dem, in particolare sull’area post-comunista più tradizionale, con Goffredo Bettini tra i suoi riferimenti politici. Che fare? Elementare, Watson: tutti per uno, uno per tutti. L’unione fa la forza e la reciproca convenienza protegge ciascuno. Se la prossima legge elettorale manterrà un impianto sostanzialmente proporzionale, ogni leader del campo largo potrebbe capeggiare la propria lista, evitando il cannibalismo delle primarie e il rischio di trasformare gli alleati di oggi nei nemici di domani. Poi saranno gli elettori a stabilire i rapporti di forza. In caso di vittoria della coalizione, ci si ritroverebbe attorno a un tavolo e, tirato fuori dalla biblioteca della Prima Repubblica il vecchio Manuale Cencelli, la forza dei numeri indicherebbe chi ha più titoli per Palazzo Chigi. Non sarebbe la soluzione più romantica né quella più innovativa. Ma la politica non è una favola di Andersen: alla fine contano i voti. Meglio misurarsi alle elezioni contro Meloni che dissanguarsi prima nella guerra civile delle primarie. Il campo largo può continuare a sfogliare la margherita — primarie sì, primarie no — ma dovrebbe ricordarsi che, mentre decide quale petalo strappare, a Palazzo Chigi c’è già qualcuno che aspetta soltanto che finisca il fiore.





