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Esteri

Le polemiche dopo il Nobel per la pace a Navi Pillay

Court of Law and Justice Trial Session: Imparcial Honorable Judge Pronouncing Sentence, striking Gavel. Focus on Mallet, Hammer. Cinematic Shot of Dramatic Not Guilty Verdict. Close-up Shot.

Luciano Panzani su InPiù scrive delle polemiche sulla Corte penale internazionale (CPI) dopo che il Nobel per la pace 2026 è stato conferito a Navanethem “Navi” Pillay, 85 anni, giurista sudafricana, giudice della Cpi dal 2003 al 2008 e Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014.  Al di là della persona della Pillay, ci si può interrogare sulle ragioni per cui Usa e Russia hanno dichiarato guerra alla CPI, difesa essenzialmente da un gruppo di Paesi europei. La Corte si occupa prevalentemente di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e di aggressione.

I Paesi membri sono 125. Non aderiscono 68 Paesi tra cui Usa, Russia, Cina, India, Israele, Turchia. Negli anni, la Corte ha emesso 61 mandati di cattura: nel 2009 Omar al-Baschir, presidente del Sudan, per i crimini commessi in Darfur, nel 2011 Gheddafi, nel 2023 Putin, per la prima volta il leader di uno Stato membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu, nel 2024 Netanyahu e Gallant e il braccio armato di Hamas, Mohamed Deif; nel 2025, l’ex presidente delle Filippine Rodrigo Duerte e il torturatore libico Al Masri, la cui vicenda ha coinvolto il Governo italiano. L’idea che sta alla base della Cpi è chiamare a rispondere di questi gravi reati chiunque, superando i limiti di territorialità del diritto penale dei singoli Stati. Dal processo di Norimberga l’idea che ci sia comunque un giudice a giudicare chi, anche se potente, commette reati che neppure la legge del suo Stato può colpire, ha fatto passi in avanti. La Corte è competente per i reati commessi negli Stati che aderiscono al trattato istitutivo della Corte o da suoi cittadini. Ciò le dà il potere di colpire anche i cittadini di Stati che non hanno accettato di riconoscere la Corte.

Finché la Corte si è limitata a colpire i vinti, come avvenne per i processi contro Milosevic e il generale Mladic, il macellaio di Srebrenica, le reazioni sono state limitate. Il mandato contro Putin e quelli che sono seguiti hanno provocato forti reazioni, in particolare dagli Usa, che hanno equiparato i giudici della Cpi a terroristi, applicando loro le sanzioni economiche che impediscono di avvalersi della rete bancaria che fa capo al sistema americano e delle carte di credito. Si tratta di una moderna “interditio aquae et igni”. Una Corte penale internazionale che non guarda in faccia nessuno e colpisce rompe tutti gli equilibri su cui si fondano i rapporti internazionali. Non si è mai visto un organo giurisdizionale con competenza mondiale, anche nei confronti di cittadini di Paesi che non aderiscono alla delibera ONU di istituzione della Corte, dotato di poteri che possono davvero incidere, perché gli Stati aderenti sono obbligati a darvi esecuzione, anche quando si tratta di capi di Stato, che normalmente sono esenti dalla giurisdizione perché vige la regola della reciprocità e quasi tutti gli Stati escludono la responsabilità penale del capo dello Stato, salvo che per alcuni gravissimi reati che non sono quelli di competenza della Corte. Una scelta così eversiva, fondata sulla volontà di imporre a chiunque il rispetto delle regole almeno per i reati più gravi, è irrealistica perché prescinde dai rapporti di forza e non può andare bene a chi si muove in una logica che bada solo al potere.

Il diritto penale tradizionale non prescindeva dal principio di territorialità: lo Stato è sovrano soltanto nel suo territorio e il diritto penale, salvo casi eccezionali, non si applica al di fuori di esso. La Cpi si è mossa prescindendo da questa regola. I suoi interventi hanno fatto scalpore, ma di fatto la sua azione è gravemente ostacolata e i suoi difensori si trovano oggi in minoranza, almeno in termini di potere, rispetto agli Stati che vogliono la fine della Corte.  In questo momento svolge una funzione di testimonianza. Ma un mondo in cui i giudici sono minacciati o perseguitati non è un bel posto dove vivere. 

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