Blog - Stefano Bisi
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Q8
Toscana

Le formelle senza enfasi

Amphitheater Square in Lucca city. Aerial view landscape. Tuscany. Italy. View from above

Luciano Luciani​.

Nel basamento della statua di Garibaldi  a Lucca in piazza del Giglio, opera di Urbano Lucchesi, 1889, si possono osservare due formelle che rappresentano due momenti decisivi della vicenda, tanto eroica quanto fortunosa, della spedizione dei Mille. In quella rivolta verso la facciata del teatro del Giglio/Puccini viene rappresentato il convulso sbarco dei volontari in camicia rossa a Marsala. È l’11 maggio 1860 e, dopo una navigazione iniziata nella notte tre il 5 e il 6 maggio, quella rappresentanza del più vasto popolo garibaldino mette finalmente piede sulle spiagge della Sicilia nord-occidentale. In questa tavola la tecnica dello “stiacciato”, una pratica propria della scultura che permette di realizzare anche dettagli minuti e fornire all’osservatore effetti di profondità e prospettiva, contribuisce a isolare e a mettere in evidenza la figura del Generale, che, messo piede sul territorio siciliano, sovraintende alle ancora disordinate operazioni di sbarco dei suoi uomini. L’atmosfera è sospesa, quasi trasognata: si sta infatti realizzando un miracolo della storia, quello dell’unità d’Italia, colto in uno dei suoi momenti cruciali.

Garibaldi, l’ ”omo fatato”, secondo il suo biografo Giuseppe Bandi, domina la scena. Il suo sguardo, la sua attenzione sono indirizzati ai garibaldini che tentano di raggiungere la riva “tra una grandine di palle” e di granate. “Appena il generale pose piede a terra, Giorgio Manin spiegò la bandiera. Un lungo grido di gioia accolse l’audace e fortunato condottiero, il quale, come ci ebbe confortati a precedere ordinati e con passo tranquillo… si avviò lentamente sul molo… Procedevamo a quattro a quattro e cantando, quand’ecco che una botta di mitraglia flagellar le onde, a cinquanta braccia forse generale…Grosse bombe frullavano per l’aria e rimbalzavano per terra, scoppiando poi con indicibile frastuono” (G. Bandi, I Mille)

Alla formella di Urbano Lucchesi il merito di aver saputo mantenere il tono epico di quella vicenda: appena un velo di leggenda patriottica, ma senza scivolare nell’enfasi, senza scadere nella retorica.

Dalla parte opposta sul lato nord del monumento all’Eroe dei due Mondi, compreso in un’altra formella bronzea, troviamo il racconto della fase culminante della battaglia di Calatafimi, in provincia di Trapani, uno scontro di importanza strategica perché in caso di vittoria alle armi garibaldine si sarebbe aperta la via verso Palermo. Partiti da Salemi all’alba del 15 maggio, i Mille si erano mossi sulla via di Calatafimi. Qui li contrasta il generale borbonico Landi, a capo di 2300 uomini attestati sulle colline Pianto Romano (o Pianto di Romano). I borbonici attaccano alle 10:00 del mattino; i Garibaldini li attendono sulle prime senza far fuoco, quindi iniziano la controffensiva e costringono il nemico a ripiegare, inseguendolo fino alle pendici dei colli di partenza. A questo punto la lotta si fa più aspra e i Mille vengono a trovarsi in una posizione critica, tanto che Garibaldi e Bixio si chiedono se non sia il caso di ritirarsi. Alle tre del pomeriggio la battaglia raggiunge il punto di maggiore asprezza, finché in uno sforzo eroico i Garibaldini conquistano il colle, lasciando sul campo circa duecento uomini. Lo stesso i borbonici che, al tramonto, si ritirano in Calatafimi e nella notte prendono la via per Alcamo. All’alba del 16 maggio le Camicie Rosse entrano a Calatafimi sanzionando così una vittoria che si rivelerà decisiva per le sorti dell’intera spedizione. Infatti, non solo la vittoria rincuorò le truppe garibaldine , le fece apparire come invincibili agli occhi del popolo siciliani e quasi protetti da Dio, nonostante i Mille fossero in gran parte dichiaratamente anticlericali, atei o massoni.

Nella formella nord si notano al centro, ben rilevate quasi intenzionate a voler uscire dal piano di fondo, le due figure principali, Garibaldi (a destra) e Nino Bixio (a sinistra), colti nel momento più critico della battaglia, quello in cui, secondo l’epopea garibaldina, l’Eroe de  Due Modi avrebbe esclamato “Bixio, qui si fa l’Italia o si muore”. Sullo sfondo, realizzato secondo la tecnica dello “stiacciato”, i caduti, i morti, i feriti contrassegnano le scene della mischia cruenta che aveva deciso i destini dello scontro: esaurite le munizioni, erano state usale le baionette e poi ogni tipo d’arma, compresi i sassi e le mani nude. Lo stesso Garibaldi era stato colpito da una pietra che lo aveva lasciato senza fiato, suo figlio Menotti era rimasto ferito da una pallottola alla mano. Alcuni superstiti sventolano la bandiera o si rivolgono dolenti a rammentare la natura comunque sempre amara e tragica della guerra rivolgendosi verso il loro Capitano. Sulla destra appare il famoso colle di Pianto Romano sulla cima del quale i Garibaldini animati da uno straordinario coraggio avevano affrontato allo scoperto le continue scariche di fucileria e di mitraglia dei Borboni.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

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