Le casse di Hamas, la pista turca e la rete della finta beneficenza
Ariel Piccini Warschauer.
Un tassello dopo l’altro, il puzzle del finanziamento al terrore torna a mostrare il suo disegno originario: la convergenza tra coperture umanitarie, snodi logistici e complicità finanziarie internazionali. L’ultima operazione lanciata dalla Procura del Distretto Sud di New York insieme alle intelligence di Stati Uniti e Israele ha portato all’incriminazione di Mohammad Yousef Hasna, cittadino turco di 45 anni noto negli ambienti anche con gli alias di Orhan Korkmaz o Abu al-Baraa. L’accusa formale è quella di aver trasformato una ONG registrata nel Regno Unito in un canale strategico di approvvigionamento per i terroristi di Hamas.
La dinamica risponde a uno schema classico, ma perfezionato nel tempo con notevole precisione formale. Da un lato la vetrina pulita: una charity accreditata che raccoglie fondi per la popolazione di Gaza e organizza convogli di aiuti. Dall’altro, dietro le quinte, il flusso finanziario reale, drenato per sostenere l’infrastruttura militare e politica della fazione palestinese.
Secondo le carte del Dipartimento di Giustizia americano, Hasna non era un semplice intermediario o un simpatizzante periferico. I suoi contatti erano diretti e documentati con alti quadri della leadership di Hamas, in particolare con Ghazi Hamad, uno dei volti politici più noti e operativi del movimento. L’indagine traccia infatti una mappa dettagliata di questo sistema. Attraverso conti esteri e transazioni triangolate, la presunta organizzazione umanitaria ha registrato un’esplosione di entrate proprio dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, passando dai circa 41 milioni di dollari dichiarati nel 2023 a oltre 80 milioni nel 2024.
Sul piano pratico, la rete garantiva consegne di contanti e materiale inviato attraverso l’Egitto fino ai valichi di Gaza. Una volta varcato il confine, i beni finivano diretti in magazzini gestiti congiuntamente da uomini della ONG e militanti al servizio di Hamad. Il tutto poggiando su una precisa doppia sponda geografica: da una parte Istanbul, trasformata da anni in un porto sicuro per la burocrazia finanziaria di Hamas, e dall’altra la piazza finanziaria londinese, usata come scudo per garantire il rispetto formale delle norme bancarie internazionali.
L’arresto di Hasna nel Regno Unito su mandato americano segnala due aspetti fondamentali. Il primo è l’elevato livello di cooperazione sul campo tra lo Shin Bet israeliano e le agenzie statunitensi per tracciare i flussi finanziari di Hamas post-7 ottobre e prosciugare le fonti esterne. Il secondo è la crescente pressione diplomatica e giudiziaria su Ankara: sebbene le autorità turche continuino a rivendicare una distinzione tra l’ala politica di Hamas e le sue attività illegali, le inchieste occidentali continuano a indicare il territorio turco come lo snodo principale per gli uomini d’affari e i facilitatori del movimento e la raccolta di danaro finalizzata ad a attività eversive e di terrorismo.
Mentre a Gaza prosegue lo scontro sul campo, la partita parallela continua a giocarsi tra i corridoi delle banche, le carte contabili e le maglie della finanza ombra. E l’incriminazione di Hasna conferma che, per disarmare la macchina bellica di Hamas, la prima linea del fronte resta quella dei conti correnti mascherati da beneficenza





