Le banche centrali e il rischio inflazione, il paradigma è che i tassi di interesse devono aumentare
Giampaolo Galli su InPiù osserva che “l’aumento del prezzo dell’energia pone un ovvio dilemma alle banche centrali perché provoca al tempo stesso un aumento dell’inflazione e un rallentamento dell’economia. A marzo, secondo le elaborazioni preliminari di Eurostat, i prezzi al consumo dell’Eurozona sono aumentati dell’1,2% rispetto al mese precedente, un aumento notevole (se ripetuto per 12 mesi corrisponde a un’inflazione del 15%) dovuto interamente alla componente energetica, cresciuta del 6,8% -sempre rispetto al mese precedente – dopo che nei precedenti 12 mesi era rimasta sostanzialmente ferma. Il mercato ha reagito con un brusco aumento dei tassi attesi per i prossimi mesi. Fino al 28 febbraio, l’attesa era per un’ulteriore riduzione dei tassi. Oggi, l’attesa è per un aumento di circa mezzo punto entro fine anno. Non è molto, perché, guardando la curva per scadenze, sembra che il mercato si aspetti che la guerra non duri troppo a lungo: per questo, forse, i tassi a termine diminuiscono un po’ nel corso del 2027”.
“Che cosa debbano fare le banche centrali a fronte di uno shock di offerta è oggetto di infinite discussioni almeno dai tempi dei grandi shock petroliferi degli anni Settanta – si chiede Galli – A quel tempo il grande James Tobin, Nobel per l’economia monetaria, sosteneva che i tassi dovessero essere ridotti per contrastare la recessione; un’idea che giustificava la politica “dovish” della FED di Arthur Burns. Oggi prevale un paradigma diverso: i tassi vanno aumentati per evitare che si radichino aspettative di inflazione per eliminare le quali occorrerebbe poi un surplus di restrizione, come quello che indusse la FED di Paul Volcker a causare la doppia recessione del 1980 e poi del 1981-1982. L’inflazione USA era giunta al 13,5% nel 1980 e crollò al 3,2 nel 1983. Ma il costo fu altissimo; tassi a breve oltre il 20%, disoccupazione al 10%, crollo del pil dell’ 8% nel secondo trimestre del 1980, industria e edilizia devastati,effetti disastrosi sui debiti a tassi variabili, tra cui quelli di molti paesi dell’America Latina. E anche il debito pubblico dell’Italia è in qualche misura un’eredità di quella scelta di politica monetaria. Ricordando precedenti come questo, il paradigma oggi dominante è che i tassi di interesse devono aumentare”.





