L’arte del silenzio, il muro invisibile che isola la cultura israeliana
Ariel Piccini Warschauer.
C’è un confine che non si vede sulle mappe, ma che sta diventando invalicabile per chiunque faccia arte partendo da Tel Aviv. È il confine del “boicottaggio culturale”, un’onda che dal 7 ottobre a oggi si è trasformata da mormorio a vera e propria barriera diplomatica e professionale. Se un tempo la cultura era considerata l’ultimo ponte possibile quando la politica falliva, oggi quel ponte sembra crollare sotto il peso di veti incrociati e richieste di abiura.
Il caso Mayumana
L’esempio più emblematico è quello di Boaz Berman, fondatore nel 1996 di Mayumana, la compagnia di danza e percussioni famosa in tutto il mondo per l’energia travolgente e lo spirito multiculturale. Per decenni Mayumana è stata sinonimo di cooperazione internazionale, ma i ritmi si sono fermati bruscamente.
«Lavoravamo moltissimo in Spagna, ci conoscevano tutti», racconta Berman in un’intervista al Jerusalem Post. «Avevamo una partnership avviata con un cast e una produzione spagnola. All’improvviso, il rifiuto: non volevano più avere nulla a che fare con ciò che fosse collegato a Israele». La condizione per non sciogliere il contratto era chiara: la compagnia avrebbe dovuto pubblicare una dichiarazione ufficiale di sostegno alla causa palestinese. «Abbiamo risposto che noi non mescoliamo la politica con l’arte. Risultato? Hanno sciolto l’affiliazione. Un colpo durissimo».
La «Persona non grata»
Ma il fenomeno non colpisce solo le star del palcoscenico. Negli ambienti accademici e scientifici, l’isolamento è altrettanto gelido. Un docente universitario, che ha preferito rimanere anonimo per timore di ritorsioni, parla di Israele come di un «prodotto danneggiato», una persona non grata nei congressi internazionali. «Molti ricercatori si rifiutano di pubblicare con noi. Le sottomissioni di articoli scientifici firmate da israeliani vengono respinte sistematicamente in ambito umanistico, ma ormai sta succedendo anche nelle scienze pure».
Il paradosso, spiegano gli esperti, è che questo isolamento colpisce spesso proprio quegli ambienti – l’arte e l’accademia – che all’interno di Israele sono storicamente i più aperti al dialogo e alla coesistenza. Cancellare un programma universitario dove siedono fianco a fianco studenti arabi ed ebrei, sostengono i critici del boicottaggio, non aiuta la pace, ma distrugge i pochi laboratori di convivenza rimasti.
Una nuova cortina di ferro?
Secondo Ari Ingel, avvocato ed esperto dell’industria dell’intrattenimento, gli artisti sono diventati «bersagli facili». A differenza dei grandi manager dell’industria pesante, i musicisti e i ballerini vivono di immagine e social media, dove campagne coordinate di trolling e bot rendono impossibile qualsiasi posizione sfumata.
Per ora, la strategia di molte realtà culturali israeliane è quella di ripiegare sul mercato interno o verso i pochi paesi rimasti accoglienti (come l’Argentina, cita Berman). Ma l’allarme resta: se il mondo della cultura smette di parlarsi, il rischio è un impoverimento del discorso globale che andrà ben oltre i confini del Medio Oriente. Come conclude Berman: «L’arte era ciò che ci univa. Ora è diventata il megafono per le opinioni politiche più estreme».





