L’alta affluenza è il dato più significativo che mette d’accordo tutti
Sul Corriere della Sera Massimo Franco commenta l’esito del referendum sulla giustizia. A suo avviso il numero più significativo è il 58,9 per cento dei votanti: “ben oltre un quorum peraltro non necessario. Segnala un rilancio della democrazia diretta che si temeva sarebbe stata umiliata dall’astensionismo. E sottolinea una partecipazione massiccia che legittima la vittoria del No alla riforma sulla giustizia, e la sconfitta del Sì proposto dal governo. Ha votato l’Italia, la nazione, non una minoranza. Lo ha fatto con nettezza, ma anche con margini tali da restituire l’immagine di un Paese diviso a metà. Questo dovrebbe consigliare non solo a chi ha perso ma anche a chi ha prevalso di rispettare lo schieramento avversario; e di aprire insieme una nuova fase. Sarà necessario cercare in Parlamento il dialogo che nei mesi passati è mancato per responsabilità trasversali. Se una lezione si può trarre da una campagna referendaria inquinata dalla strumentalità e da una deriva verbale a tratti intollerabile, è quella che nessuno è padrone dell’elettorato. L’esigenza di non soggiacere a una logica di forzature, di colpi di mano non è soltanto giusta: è indispensabile per non sprecare energie e per ricucire un tessuto sociale lacerato ma deciso a far sentire la propria voce. Superare e non cristallizzare l’incomunicabilità tra le varie Italie è il compito di una politica che da tempo sembra avere rinunciato alla mediazione. Per il governo, è un risultato imprevisto. In poche settimane, la coalizione di Giorgia Meloni ha eroso un vantaggio che appariva incolmabile. È finita con il 53,2 ai No e il 46,8 ai Sì. Difficile dire se sia accaduto per solidarietà verso la magistratura, che di certo non gode della popolarità del passato. È più verosimile che sia scattato un riflesso protettivo nei confronti della Costituzione, della quale si sarebbero modificati sette articoli, e contro il governo. Si può solo constatare, per ora, che il referendum evidentemente non è piaciuto, e ha segnato la prima battuta d’arresto della premier e del suo esecutivo. L’aspetto positivo è che non avrà riflessi traumatici né sul governo, né sulla legislatura. Giustamente, Giorgia Meloni ha anticipato che non si sarebbe dimessa anche in caso di risultato negativo. In una situazione internazionale disastrata, sarebbe stato irresponsabile sia farlo sia chiederle di farlo”.





