La stampa dopo la restaurazione
Roberto Pizzi.
In Italia, durante il periodo della Restaurazione, non esisterà un giornalismo politico vero e proprio. Dopo il Congresso di Vienna (1814-15) le cose non tornarono più come prima. Ai pochi giornali “privilegiati” , permessi dai governi restaurati, si affiancavano alcuni periodici di varietà, di moda, di cucina, di mondanità. Un po’ di vivacità scaturiva dalla “Biblioteca italiana” promossa dagli Austriaci nel capoluogo lombardo, dalle cui colonne Madame de Staël avrebbe dato inizio alla polemica tra romantici e classici, e dal “foglio azzurro” de “Il Conciliatore” che cercava di diffondere moderate idee liberali. I moti del 1820-21 cambiano la situazione e i nuclei carbonari fanno circolare fogli clandestini stampati alla meglio o manoscritti. Proprio nel 1821 Gian Pietro Viesseux, da qualche anno stabilitosi a Firenze, dava vita alla Antologia, giornale di scienze, lettere ed arti (soppresso poi nel 1833), dal quale iniziavano a diffondersi i temi sociali legati all’industrializzazione, al pauperismo, all’educazione infantile. A Genova, nel 1828, nasceva l’ Indicatore Genovese, dal quale il giovane Mazzini attaccava i reazionari ed i conservatori. Il cospiratore genovese, che vedeva nel giornale un’opera di apostolato laico, fondava, nell’esilio di Marsiglia, la rivista la “Giovine Italia“, nel cui sottotitolo spiccava la frase del Foscolo: “Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori”. Che è la frase riportata sulla testata della Gazzetta del Serchio, foglio manoscritto del 1835, stampato clandestinamente dai fratelli Borrino, nella campagna del Compitese.
Cattaneo iniziava a trattare le tematiche legate al processo di modernizzazione dalle colonne de Il Politecnico, che vedeva la luce nel 1839. In quegli anni gli Almanacchi e i Lunari che già circolavano, si arricchivano di notizie utili e la pubblicistica cominciava a rivolgersi anche ai ceti popolari. In Toscana opera Raffello Lambruschini, a Torino Lorenzo Valerio fonda, nel 1837, il giornale Letture Popolari che, soppresso nel 1841, ricompare nel 1847 col titolo di Letture di famiglia. Dopo i moti del 1820-21 nuovi fermenti agitano il mondo liberale ed anche i periodici più prudenti si aprono alle tematiche sociali, in un processo tormentato in cui si fa sentire l’ostilità del sistema assolutista e il conformismo culturale si esprime, in concorrenza, con l’intensificazione della stampa cattolica.
Lucca, in base ai principi della Restaurazione, avrebbe dovuto ristabilire la forma istituzionale repubblicana, preesistente alle guerre napoleoniche: ma a Vienna, di repubblica, fosse pure del tipo delle vecchie oligarchie veneziana e lucchese, non si voleva nemmeno pronunciare il nome. In base alle spartizioni del Congresso restauratore ed agli sviluppi diplomatici successivi, Lucca era assegnata provvisoriamente ai Borboni, i quali poi, alla morte della seconda moglie di Napoleone, sarebbero tornati a Parma, lasciando che la città venisse inglobata nel Granducato di Toscana. Il 7 dicembre 1817 Maria Luisa di Borbone prendeva possesso di una città fiaccata dalle vessazioni austriache, dalla carestia, dall’ epidemia di tifo petecchiale e dall’inondazione del Serchio. Con zelo reazionario la bigotta duchessa – che ripristinava i privilegi perduti dalla Chiesa sotto i Baciocchi – introduceva restrizioni alle libertà personali e controlli pervasivi sulla vita privata dei cittadini, assoggettati a severi obblighi d’osservanza dei precetti religiosi. Durante il governo di Maria Luisanessun giornale venne stampato a Lucca; solo quando le succedette l’eclettico figlio Carlo Ludovicofu permessa la pubblicazione del Giornale di Lucca, politico letterario (che assunse poi il nome di Giornale privilegiato di Lucca, politico letterario). Nato l’8 gennaio 1827 per iniziativa del tipografo e libraio fiorentino Jacopo Balatresi, il foglio dava risalto ai commenti sulle rappresentazioni teatrali che sotto i Borboni godevano di notevole importanza. Durante il ducato di Carlo Ludovico, infatti, venne riscoperta la tradizione musicale della città, fu fondato l’Istituto Musicale (che dal 1943 assumerà il nome del famoso musicista Boccherini) e i teatri del Giglio (dal nome del fiore, simbolo dei Borboni), il Pantera, il Castiglioncelli (ribattezzato nel 1829, Teatro Nota, infine, Goldoni) restavano aperti tutto l’anno ospitando artisti che andavano per la maggiore. Al Giornale di Lucca, che usciva ogni lunedi e venerdi, collaborava, con articoli letterari, l’avvocato Luigi Fornaciari (del quale seguirà, nelle prossime edizioni, un profilo biografico), che fu sensibile alle tematiche sociali e riformatore moderato, ma poi costretto all’emigrazione a Firenze. Il giornale del Balatresi, del quale è menzionabile anche una serie di corrispondenze sull’insurrezione polacca che lasciano trasparire velate simpatie per le idee liberali, cessò le pubblicazioni nel 1849, dopo che Lucca era stata annessa al Granducato di Toscana ed il suo proprietario decideva di continuare l’attività editoriale a Firenze.





