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Q8
Economia

La sfida è superare la falsa alternativa tra mercato e Stato

Young co-workers team talking during startup - Happy people planning a new project in creative workplace office - Focus on right top men - Technology, entrepreneur, marketing concept

Biagio Marzo.

Il futuro dei giovani si prepara non smantellando lo Welfare state. Il rapporto tra generazioni, la sostenibilità dello Stato sociale e gli effetti dell’intelligenza artificiale pongono una questione che non può essere elusa: come garantire ai giovani opportunità di lavoro, autonomia economica e mobilità sociale senza compromettere i diritti conquistati dalle generazioni precedenti? Il rischio è affrontare questi problemi contrapponendo giovani e anziani, come se il futuro dei primi dipendesse necessariamente dalla riduzione delle tutele dei secondi. È una rappresentazione fuorviante, che trascura le cause strutturali della crisi: stagnazione dei salari, precarietà occupazionale, disuguaglianze patrimoniali, insufficienza degli investimenti e difficoltà del sistema produttivo a trasformare l’aumento della produttività in benessere diffuso.

Il problema, dunque, non è lo Stato sociale in quanto tale, ma la sua capacità di rispondere ai bisogni di una società profondamente cambiata. Sanità, istruzione, previdenza e protezione sociale non sono soltanto capitoli di spesa pubblica. Sono strumenti di coesione, stabilità economica e libertà individuale. Consentono alle famiglie di affrontare le incertezze, sostengono i consumi e contribuiscono a creare le condizioni per gli investimenti. Naturalmente, il welfare deve essere riformato. Occorre superare privilegi ingiustificati, correggere le prestazioni inique e indirizzare le risorse verso chi ne ha effettivamente bisogno. Ma ridurre indiscriminatamente la spesa sociale significherebbe indebolire proprio quelle condizioni che permettono ai giovani di costruirsi un futuro. La distinzione da compiere è tra un welfare che conserva rendite e un welfare che genera opportunità. Anche la trasmissione ereditaria della ricchezza richiede una riflessione seria. In una società nella quale le condizioni familiari determinano sempre più le possibilità individuali, la mobilità sociale rischia di diventare un privilegio. Una fiscalità equa sulle grandi successioni può contribuire a correggere questi squilibri, tutelando i patrimoni ordinari e le attività produttive. Ma non basta tassare le eredità: occorre intervenire sulla distribuzione dei redditi, ridurre il peso fiscale sul lavoro, contrastare l’evasione e le rendite improduttive, garantire ai giovani accesso alla formazione, alla casa e a un’occupazione qualificata. La vera questione generazionale è che oggi il lavoro, troppo spesso, non assicura autonomia economica e prospettive di miglioramento.

Non è accettabile che l’origine familiare condizioni il futuro più del merito, delle capacità e dell’impegno individuale. Questa contraddizione diventa ancora più evidente con l’intelligenza artificiale. L’innovazione può accrescere enormemente la produttività, ma non garantisce automaticamente salari più alti e una distribuzione equa dei benefici. Se i guadagni tecnologici si concentrano nelle imprese dominanti e nelle mani di chi controlla gli algoritmi, mentre i lavoratori subiscono la sostituzione delle mansioni e l’indebolimento del potere contrattuale, il progresso rischia di accentuare le disuguaglianze. Non si tratta di tassare indiscriminatamente la tecnologia, scoraggiando gli investimenti. Occorre invece contrastare le rendite monopolistiche, assicurare un prelievo equo sui profitti e fare in modo che una parte dei guadagni di produttività si traduca in salari migliori, formazione continua, riqualificazione professionale e servizi pubblici più efficienti. L’innovazione deve diventare un’opportunità collettiva, non una rendita riservata a pochi. È qui che torna attuale la lezione neokeynesiana. La crescita non dipende soltanto dalla capacità di produrre, ma anche dalla domanda effettiva, dagli investimenti e dalle aspettative di famiglie e imprese. Se i redditi si concentrano, i salari ristagnano e i consumi si indeboliscono, l’aumento della produttività può convivere con una crescita insufficiente. Un’economia capace di produrre di più non è necessariamente un’economia capace di assicurare maggiore benessere. Serve perciò una politica economica che sostenga la domanda, orienti gli investimenti verso ricerca, innovazione, istruzione e infrastrutture e renda il sistema fiscale più equo. Non una spesa pubblica senza limiti, ma un intervento selettivo, attento alla qualità degli investimenti, alla sostenibilità dei conti e alla capacità di mobilitare risorse private. Il rigore finanziario non può trasformarsi in una rinuncia alla crescita; deve essere compatibile con una strategia di sviluppo.

La sfida è superare la falsa alternativa tra mercato e Stato. Il mercato è essenziale per l’iniziativa economica e l’innovazione, ma non assicura da solo una distribuzione equa dei risultati. La funzione pubblica è correggerne le distorsioni, garantire la concorrenza e impedire che i costi della trasformazione ricadano sempre sui soggetti più deboli. Una moderna cultura riformista deve saper coniugare produttività e giustizia sociale, innovazione e sicurezza, responsabilità finanziaria e investimenti. Non si tratta di difendere ogni assetto esistente, ma neppure di sacrificare le conquiste sociali in nome di un’efficienza che rischia di premiare soltanto chi possiede già ricchezza e potere. Il futuro dei giovani non si costruisce mettendoli contro gli anziani, né smantellando le tutele conquistate. Si costruisce creando lavoro qualificato, aumentando i salari, investendo nel capitale umano e distribuendo più equamente i frutti del progresso.

La vera sfida non è ridurre lo Stato sociale per adattarlo a un’economia che non cresce abbastanza, ma trasformare il modello di sviluppo affinché la crescita torni a sostenere il lavoro, le opportunità e il benessere collettivo.

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