Essere di sinistra non vuol dire essere contro la ricchezza ma contro la miseria
Gianrico Carofiglio (nella foto) ha aperto su La Stampa un dibattito sulla ricchezza e la miseria e ne è scaturito un interessante dibattito. Oggi, sullo stesso quotidiano, lo scrittore commenta le riflessioni dei giorni scorsi.
Qualche settimana fa ho scritto su questo giornale che il superfluo legittimamente acquisito è di regola irrilevante dal punto di vista della politica. La questione cambia nelle società nelle quali in tanti – troppi – mancano dell’indispensabile. Da questa considerazione nasceva una domanda semplice e scomoda: è ragionevole chiedere ai titolari di grandi o enormi patrimoni un contributo alla coesione sociale, per contrastare le forme più gravi e insopportabili di precarietà e di miseria?
Un piccolo riepilogo per chi non avesse letto il primo intervento. Buona parte del ragionamento si articolava intorno a questo esempio ipotetico: un prelievo sui patrimoni netti molto grandi, con una quota interamente esente fino a dieci milioni di euro, un’aliquota dell’1 per cento sulla parte compresa tra dieci e cento milioni e del 2 per cento soltanto su quella che supera i cento milioni. Le aliquote si applicherebbero per scaglioni, non all’intero patrimonio: chi possiede quindici milioni pagherebbe cinquantamila euro, chi ne possiede cento ne pagherebbe novecentomila.
Le risorse alimenterebbero un fondo nazionale contro gli imprevisti della vita, pensato per le condizioni di miseria e per chi vive del proprio reddito ma non ha riserve sufficienti. Il suo scopo sarebbe impedire che un evento grave e non rinviabile – una spesa sanitaria essenziale non coperta dal servizio pubblico, il rischio di perdere la casa, l’assistenza a un familiare non autosufficiente – trascini nella povertà una famiglia che fino a quel momento ce la faceva. Il fondo non darebbe denaro al richiedente: pagherebbe direttamente la prestazione alla struttura sanitaria, al proprietario dell’alloggio, al fornitore o all’impresa.
Ne è nato un dibattito animato ed è una buona notizia: su questi temi, discutere è già un risultato. Provo adesso a mettere in ordine gli spunti, prima di tornare a ciò che, a mio giudizio, resta al centro della discussione.
Le osservazioni sono state molte e di natura diversa. Alcune hanno riguardato la tecnica: se un prelievo sui patrimoni molto grandi sia applicabile, quanto sia facile spostare capitali e residenze, quale gettito se ne possa ricavare. Altre hanno guardato al sistema fiscale nel suo insieme: prima di aggiungere uno strumento, è stato detto, bisogna far funzionare quelli che esistono, ridurre l’evasione, riequilibrare il peso tra lavoro e rendite, restituire una progressività che nei fatti si è attenuata. Altre ancora hanno indicato obiettivi diversi, come le grandi successioni o il potere delle piattaforme digitali, o ricordato che la leva fiscale da sola non basta e che servono salari, scuola, case, investimenti. C’è stato infine chi ha espresso una preoccupazione di altro genere, civile più che economica: che una misura rivolta a una platea ristretta finisca per tracciare una linea di separazione tra categorie di cittadini e, invece di ricomporre la società, alimenti i sentimenti di rancore.
In mezzo a tanta varietà di argomenti, in gran parte condivisibili, colpisce un dato. Quasi nessuno ha messo in discussione la diagnosi: che la distanza tra chi ha moltissimo e chi ha sempre meno stia aumentando, e che questo riguardi la tenuta delle istituzioni democratiche.
A questo punto è bene soffermarsi sulla funzione esemplificativa dell’ipotizzato meccanismo di prelievo. Esso serviva a mostrare che si possono immaginare modi concreti di affrontare il problema. Non sono un economista né un fiscalista, e non ho mai pensato di costruire un modello operativo direttamente realizzabile. La progettazione vera, dettagliata, con i suoi calcoli e le sue verifiche, spetta a chi ha le competenze per farla. Qualcuno ha commentato, e legittimamente criticato, nella convinzione che quell’esempio fosse una proposta specifica pronta all’uso; era invece uno strumento esplicativo ed argomentativo.
Il punto, comunque, è più vasto. Non riguarda soltanto, e nemmeno soprattutto, la possibilità tecnica di un certo prelievo o il gettito che potrebbe produrre. Il punto centrale è il ragionamento sulla solidarietà.Che cosa deve una collettività a chi resta pericolosamente indietro? E che cosa può chiedere a chi ha molto più degli altri, e ha trovato nelle regole comuni le condizioni per ottenerlo? Come spesso accade, la risposta è nella nostra Costituzione. L’articolo 2 parla di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; l’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Entrambe le norme ci ricordano che la distribuzione delle risorse non è un fatto di natura e che la comunità ha il diritto, e il dovere, di occuparsene.
Va chiarito in quale spirito. Non si tratta di punire nessuno né di contrapporre i ricchi ai poveri. La ricchezza costruita nel rispetto delle regole è legittima, e chi la possiede non ha nulla da farsi perdonare. Però è giusto chiedere e chiedersi: è eticamente e socialmente sostenibile che ai titolari di enormi ricchezze e di enormi quantità di superfluo non venga richiesto un contributo contenuto per alleviare le difficoltà di chi manca dell’indispensabile? Qui va detto che il riferimento, fatto da qualcuno, al rischio di odio sociale non sembra pertinente, anche solo per ragioni quantitative: la categoria di cui parliamo conta, secondo le stime, appena alcune decine di migliaia di persone su quasi sessanta milioni di abitanti.
Il discorso va nella direzione opposta. Riguarda la coesione, la pace civile, la possibilità che una società resti un luogo in cui le persone si riconoscono come parti dello stesso organismo collettivo. Una comunità in cui le distanze crescono a dismisura, prima o poi, smette di essere tale. E un Paese che non si riconosce più come comunità diventa un meccanismo fragile, esposto alla rottura.
Proviamo allora a proporre una chiave interpretativa. Fenomeni di solito trattati separatamente sembrano in realtà aspetti di un unico processo: l’accumulo di ricchezze enormi in pochissime mani; un ceto medio che da stabile diventa esposto a rischio di miseria per effetto di un singolo imprevisto; chi manca dell’indispensabile, o lo ottiene con fatica e con vergogna; la rabbia che in questi giorni trova sfogo nelle strade di diverse città europee, anche italiane. Non pretendo che il nesso sia dimostrato in ogni passaggio, né che le piazze di oggi abbiano un’origine sola: le cause sono diverse, come le rivendicazioni. Ma, guardati insieme, questi fenomeni descrivono una sfida per le istituzioni democratiche e si capiscono meglio come capitoli di una stessa storia che come episodi isolati. La democrazia delineata dalla nostra Costituzione vive di una promessa: anche chi parte da una condizione di svantaggio accetta le regole comuni, e perfino gli esiti che non lo favoriscono, se può credere che il sistema gli offrirà una quota di prosperità e una possibilità reale di migliorare la propria vita. Quando questa promessa si incrina, la legittimazione si consuma. Da una parte cresce la rabbia di chi si sente escluso e si affida a chi promette di rompere le regole; dall’altra chi sta in alto, temendo quella rabbia, chiede ordine e repressione. Il tema riguarda tutti, compresi i più fortunati, perché una società più equilibrata è anche per loro un luogo più sicuro in cui vivere.
L’orizzonte politico di questo ragionamento è forse in una celebre frase attribuita a Olof Palme, che suona più o meno così: sinistra non significa essere contro la ricchezza, significa essere contro la miseria. Gli strumenti per la lotta alla povertà si possono discutere, correggere, persino cambiare del tutto. Ma una domanda non può essere rinviata: quanta disuguaglianza può sopportare una democrazia prima di smettere di essere tale?





