La presenza degli 007 di Rabat a Ceuta: così la Spagna disinnesca le infiltrazioni marocchine
Ariel Piccini Warschauer.
L’appuntamento si svolge nella sala d’attesa dell’area imbarchi di Milano Linate, in un angolo riparato dal brusio dei passeggeri in fila per il volo Iberia diretto a Madrid. Quando appoggia lo smartphone rigorosamente spento sul tavolino, il nostro interlocutore non sembra preoccupato: ha il volto abbronzato e scavato di chi conosce a memoria la polvere, i segreti e i veleni della frontiera nordafricana. Si fa chiamare “Carlos”, ed è un alto ufficiale di collegamento del CNI (Centro Nacional de Inteligencia), i servizi segreti spagnoli. Vent’anni di operazioni sul campo tra le enclave iberiche e il Maghreb.
Il tema sul tavolo è l’uso dei flussi migratori come arma di pressione geopolitica a Ceuta. Dietro le immagini drammatiche della folla ammassata contro i reticolati si nasconde un’operazione d’intelligence di alto profilo, fatta di infiltrazioni, software biometrici e riconsegne segrete nella notte.
«Non siamo davanti a una semplice emergenza migratoria: è un teatro di confronto d’intelligence permanente», spiega Carlos. «Nelle ultime ondate sul confine abbiamo rilevato ben dodici agenti marocchini mimetizzati tra la folla. È la tattica dell’‘allentamento della maglia’. La DGST (Dirección General de Vigilancia del Territorio) e la DGED (Dirección General de Estudios y Documentación) diffondono prima voci informali su presunti orari di ‘manica larga’ al confine per attirare la massa. Poi inseriscono nel flusso propri quadri operativi, uomini delle Forces Auxiliares e informatori in abiti civili».
Immagino che nessuno di loro volesse chiedere asilo: «Erano lì per fare da direttori d’orchestra: guidare i gruppi verso i punti ciechi della recinzione, misurare al secondo i tempi di reazione della Guardia Civil e testare la tenuta dei nostri sistemi di telecomunicazione e guerra elettronica. Volevano offrire alle TV l’immagine di una città sotto assedio per costringere Madrid a cedere sui tavoli diplomatici. Non è un caso isolato: abbiamo già registrato precedenti analoghi nel maggio del 2021 e durante i tentativi di sfondamento a Melilla nel 2022».
Per individuare le pedine di Rabat si usa un incastro tra tecnologia e analisi comportamentale. Il perimetro è blindato dal SIVE (Sistema Integrado de Vigilancia Exterior): radar optronici, termocamere ad alta definizione e sensori biometrici al valico di Tarajal. «I nostri operatori notano individui con postura tattica anomala. Non mostrano disorientamento, ma movimenti studiati: impartiscono segnali manuali verso le retroguardie, mantengono la distanza di sicurezza dalle cariche e monitorano le nostre pattuglie. L’incrocio delle immagini con i database dell’intelligence di frontiera dà il verdetto».
Quando uno di questi agenti viene fermato, scatta la ‘procedura parallela’. Se entrasse nel circuito giudiziario ordinario della Policía Nacional, finirebbe nei Centri di Accoglienza Temporanea (CETI) o davanti a un magistrato. Significherebbe ufficializzare la sua identità e scatenare un incidente diplomatico devastante.
«L’ordine operativo è sottrarli istantaneamente ai canali di registrazione ordinari», conclude l’ufficiale. «Gli infiltrati identificati vengono presi in consegna congiunta dalla Guardia Civil e dal CNI. Tramite un canale riservato tra la nostra Delegación a Ceuta e i vertici della DGED a Rabat, nell’arco di pochissime ore dal fermo li scortiamo fino al valico neutro di Tarajal e li riconsegniamo direttamente agli ufficiali marocchini. Niente verbali, niente atti giudiziari, nessuna traccia nei registri ufficiali. Si disinnesca l’incidente sul nascere prima che una provocazione sul campo si trasformi in una rottura politica irreparabile».





