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La Generazione Z vuole lavorare in un ambiente sano e non crede al carrierismo come negli anni Ottanta e Novanta

L’Italia è uno dei Paesi al mondo con il più basso livello di work engagement. Quel senso di serenità psicologica che permette di guardare al futuro, accettando ansie e sacrifici temporanei in vista di una crescita professionale. La Generazione Z fatica proprio a fare questo passo: è sfiduciata, disillusa. Descrive l’Italia come un Paese senza prospettive. Così, davanti al lavoro, sceglie di stare bene oggi, senza essere disposta a barattare il proprio benessere con promesse di carriera nel lungo periodo”. Mariano Corso è il responsabile scientifico dell’Osservatorio Hr Innovation Practice del Politecnico di Milano, che ha recentemente pubblicato un report dedicato alla Generazione Z (ragazzi e ragazze nati tra il 1997 e il 2012) e al futuro del lavoro in Italia, realizzato attraverso un sondaggio su 1.500 lavoratori, interviste e focus group con oltre 130 ragazzi. L’intervista è su La Repubblica.

Da dove nasce questo cambiamento?

“Dalla disillusione. Nei nostri focus group molti giovani raccontano il lavoro dei genitori con lo stesso copione: il padre che si è annullato per diventare dirigente e oggi è depresso o infelice, la madre che ha sacrificato la famiglia per la carriera. Non credono più allo storytelling del carrierismo degli anni Ottanta e Novanta. Hanno visto quella promessa infrangersi, hanno capito che la realtà che li aspetta è diversa e non vogliono consumarsi nel lavoro”.

Perché questa sfiducia è così marcata in Italia?

“Siamo rimasti colpiti da un aspetto: molti ragazzi descrivono l’Italia come un Paese senza servizi, economicamente instabile, con scarsa attenzione ai diritti dei lavoratori, una sanità che non funziona e poche opportunità. Alcune percezioni sono anche più negative della realtà. Probabilmente pesa una narrazione molto pessimista del lavoro e del futuro, particolarmente diffusa nel nostro Paese. L’80% dei ragazzi che abbiamo intervistato dice di voler lavorare all’estero, se non per sempre, almeno per un periodo”.

Quindi non è una generazione che ha meno voglia di lavorare?

“No, è un luogo comune. La Generazione Z non rifiuta il lavoro: misura lo scambio nel presente. Si chiede se oggi quel lavoro le permette di vivere bene. Le generazioni precedenti erano disposte a sacrificare il presente pensando che gli sforzi sarebbero stati ripagati in futuro con uno status migliore, uno stipendio più alto e una carriera. I giovani di oggi non credono più che quella promessa venga mantenuta”.

Che cosa cercano in un’azienda?

“Prima di tutto un ambiente sano. È l’espressione che abbiamo sentito più spesso. Cercano rispetto, equilibrio con la vita privata e la possibilità di crescere e imparare. Un giovane italiano su due, per esempio, considera fondamentale poter scegliere orari e luogo di lavoro, mentre uno su cinque ha già cambiato, o cambierebbe, impiego per la mancanza di flessibilità”.

Quanto pesa lo stipendio?

“Dalla nostra analisi emerge che lo stipendio viene visto soprattutto come uno strumento per garantirsi una vita dignitosa, non per accumulare ricchezza. I ragazzi sono consapevoli che in Italia è difficile raggiungere stipendi molto elevati. Inoltre attribuiscono sempre più valore ai servizi di welfare aziendale che compensano le carenze dello Stato, come il supporto per i figli o l’accesso a visite mediche specialistiche”.

Qual è la differenza rispetto a Millennials e Generazione X?

“Millennials e Generazione X hanno condiviso un approccio molto più individualista e orientato alla carriera. Oggi la priorità è diversa. Per la Generazione Z conta la self-transcendence: il bisogno di fare qualcosa che abbia un significato, che vada oltre sé stessi. Un lavoro che impedisce di coltivare relazioni, passioni o una vita personale perde valore”.

Quanto incide il disagio psicologico?

“È il cambiamento più evidente che registriamo. Fino a pochi anni fa i giovani erano la fascia che dichiarava il maggior benessere. Oggi osserviamo livelli di ansia e disagio che non avevamo mai misurato. E questo cambia il rapporto con il lavoro: se un ambiente è percepito come tossico, la scelta è andarsene. Alcuni compiono anche scelte apparentemente paradossali, mosse dall’ansia e dalla sfiducia. Non aiutano la velocità del cambiamento, l’intelligenza artificiale e le innovazioni tecnologiche, che alimentano l’incertezza sul futuro”.

Che cosa chiedono, in definitiva, al mondo del lavoro?

“Due cose. La prima è stare bene oggi: se il luogo di lavoro è tossico, se ne vanno. La seconda è continuare a imparare. In un mondo che percepiscono imprevedibile, la vera sicurezza non è più il posto fisso o lo status. Cercano competenze che possano aiutarli a costruire una professionalità giorno dopo giorno, ma senza rinunciare all’equilibrio della propria vita”.

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