La pace si può smontare pezzo per pezzo ed è quello che sta facendo la Russia con l’Europa
La direttrice Agnese Pini sul Quotidiano Nazionale scrive che la pace non finisce per forza con una dichiarazione di guerra. La si può smontare pezzo dopo pezzo: un cavo sottomarino tagliato, un aeroporto in tilt, incursioni aeree indesiderate, l’ala di un cargo colpita da un drone che “per puro caso” non esplode. E ogni volta ciascuno si convince che il pezzo appena caduto non lo riguardi. Non sappiamo se chiamare guerra ciò che la Russia sta facendo all’Europa. Sappiamo però che proprio sull’incertezza delle parole Mosca ha costruito la spina dorsale della sua tattica. Pezzo dopo pezzo, appunto, e i pezzi hanno nomi e date. Il drone carico di esplosivo che il 4 agosto colpisce, senza detonare, un cargo ucraino a Lipsia: “Un attacco russo”, ufficializzerà il primo settembre Berlino. I jet russi che il 17 violano i cieli lituani, intercettati da Eurofighter italiani. L’allerta droni su Copenaghen, venerdì, mentre vi si riuniscono i capi di Stato maggiore della Nato. L’incertezza delle parole si incarna perfettamente nelle dichiarazioni dei leader europei degli ultimi giorni. Meloni, da Oslo: “Non bisogna rispondere a queste provocazioni”. Tusk, nell’anniversario dell’invasione sovietica della Polonia: “Se qualcuno oserà attaccarci dovrà affrontare una risposta risoluta”. Macron, dopo il vertice d’emergenza all’Eliseo: “Nessuno al riparo”, e gli attacchi ibridi “non resteranno senza risposta”. Merz: “Reagiremo seriamente”. Quattro governi, quattro nomi per gli stessi cieli violati: provocazione, aggressione, minaccia, attentato. Un fatto che non ha un nome comune difficilmente avrà una risposta comune, che poi è esattamente il punto: l’ambiguità non è un difetto della strategia russa, è la strategia.
Ecco il paradosso europeo: l’Unione nasce per espellere la guerra dalla propria storia, potendoselo permettere perché la sicurezza la garantiva Washington. Adesso dovrebbe difendersi senza militarizzarsi, cioè salvare il corpo senza perdere l’anima, e il bello è che i soldi ci sarebbero pure: l’Europa della Nato spende già, a parità di potere d’acquisto, duecentocinquanta miliardi l’anno più della Russia. Il problema non sono mai state le risorse, è che manca qualcuno che le governi.
Qui il progetto di Putin si rivela per quello che è. Non deve conquistare Berlino, Parigi o Roma. Non gli serve sconfiggere mezzo miliardo di europei, gli basta che quel mezzo miliardo non riesca a decidere insieme. L’ha detto lui: gli elettori europei hanno già chiarito di non volere la guerra. E il calendario gli dà una mano: l’accusa tedesca dopo il drone di Lipsia arriva a cinque giorni dal voto in Sassonia-Anhalt, con l’AfD che si è presa il primo Land; Macron convoca i candidati alle presidenziali per informarli della minaccia ibrida; da noi la Farnesina mette in guardia rispetto a possibili influenze russe sul voto. Per quasi quarant’anni, dalla caduta del Muro, le elezioni europee sono state faccende su per giù amministrative – più tasse meno tasse, più o meno scuola pubblica, quante risorse per la sanità – dentro un orizzonte ideologico che si dava per acquisito e scontato. Quel tempo è finito. Nell’anno elettorale che verrà, le urne hanno di nuovo una posta ideologica, anche se sulla scheda non c’è scritto: la sopravvivenza dell’Unione come progetto, oppure il suo svuotamento in una scatola burocratica, una moneta, un mercato. Nessuna volontà. Un’urna alla volta – pezzo dopo pezzo – mezzo miliardo di europei può decidere di non decidere insieme.
Quanto alla posizione italiana, chissà. La prudenza di Meloni – la meno allarmista tra i leader rispetto alle minacce russe – una sua saggezza ce l’ha: la trappola della reazione scomposta è proprio quello che un avversario più debole sul campo spera di innescare. Però il sospetto resta: forse non siamo più prudenti degli altri. Forse, semplicemente, abitiamo nella parte del continente che può ancora permettersi di considerare astratta la paura altrui, perché tra noi e la Russia ci sono molti chilometri e molti confini. Ma l’Europa esiste davvero solo quando il confine lituano, o la pista di Lipsia, è sentito come confine proprio. È il destino comune a fare dei popoli una unione. Non le monete, non i mercati.





