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La morsa di Trump sull’Iran: bombe, blocchi navali e la chiamata al Jihad di Teheran

Ariel Piccini Warschauer.

La pressione militare e psicologica degli Stati Uniti sull’Iran ha raggiunto un nuovo picco, delineando una strategia a tutto campo che unisce bombardamenti, blocco navale, diplomazia degli ostaggi e una fortissima spinta propagandistica. Mentre Donald Trump assicura che Teheran sarà sconfitta molto presto, la Repubblica Islamica risponde irrigidendosi dietro la linea dura del clero sciita, che dichiara ormai defunto ogni canale negoziale con l’Occidente e invoca apertamente la via del conflitto aperto e del jihad contro tutti gli infedeli.

La campagna aerea statunitense non concede tregua e, giunta al quinto giorno consecutivo di raid contro obiettivi sensibili, si è rapidamente estesa alla dimensione marittima. L’annuncio della neutralizzazione della petroliera M/T Belma, battente bandiera di Curaçao, che tentava di forzare il blocco navale, è un segnale chiaro. Washington non sta semplicemente logorando le difese aeree iraniane, ma punta a un cordone sanitario totale per azzerare le esportazioni energetiche e asfissiare economicamente il Paese. È una prova di forza che si sposta dai cieli alle rotte commerciali del Golfo, togliendo ossigeno a un’economia già stremata.

In questo scenario di escalation si inserisce la liberazione di Dena Karari, la cittadina iraniano-americana arrestata nel 2024, durante l’amministrazione Biden, per le sue attività alla guida di una fondazione per bambini svantaggiati. Trump ha cavalcato politicamente il rilascio, presentandolo come il risultato immediato della sua dottrina della massima pressione. Nella complessa architettura del conflitto, la diplomazia degli ostaggi rimane una leva cinica ma fondamentale, un canale sotterraneo in cui i servizi di intelligence continuano a trattare mentre i caccia bombardano le infrastrutture.

La risposta di Teheran è arrivata per bocca dell’ayatollah Alireza Arafi, potente capo dei seminari religiosi sciiti e figura chiave dell’establishment ultraconservatore. Le sue parole, trasmesse dalla tv di Stato, segnano la rottura formale di ogni residua speranza di distensione. Arafi ha intimato al presidente riformista Massoud Pezeshkian e ai vertici della difesa di considerare definitivamente sepolto qualsiasi memorandum d’intesa con gli Stati Uniti, esortandoli a imboccare senza indugi la via del jihad e della resistenza.

Nel suo discorso, l’esponente religioso ha criticato duramente l’ala pragmatica del regime, ammonendo i leader politici a non farsi frenare dai timori per il collasso economico, per i costi della guerra o per la distruzione delle infrastrutture. Per i falchi di Teheran, l’accordo con i miscredenti è impossibile perché questi non rispettano alcun patto. Si delinea così una drammatica faglia interna al potere iraniano: da una parte un governo costretto a fare i conti con la realtà materiale di un Paese isolato, dall’altra l’ortodossia ideologica pronta a trascinare la nazione nello scontro totale pur di non cedere ai diktat di Washington. La spirale sembra ormai aver superato il punto di non ritorno.

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