La lunga evoluzione degli equilibri di potenza nel Golfo Persico
L’articolo di Giulio Sapelli su Libero ricostruisce la lunga evoluzione degli equilibri di potenza nel Golfo Persico a partire dal ritiro britannico del 1972, quando il Regno Unito lasciò il controllo degli Stati della regione a un sistema internazionale legato alla funzione strategica della produzione energetica: Londra aveva storicamente favorito la frammentazione delle strutture tribali, impedendo che un attore dominante come i sauditi unificasse l’area, così da garantire alla City margini di influenza su piccoli Emirati indipendenti. Dopo la crisi di Suez del 1956, gli Stati Uniti prepararono il passaggio di consegne, puntando a contenere l’influenza sovietica e a sostituire il legame tra monarchia saudita e finanza britannica con quello tra Arabia Saudita e Wall Street, consolidando una nuova architettura di potere globale. Oggi, secondo Sapelli, si apre una nuova trasformazione che proietta l’area verso l’Indo-Pacifico: alla base vi è l’inefficacia della protezione saudita, emersa con gli attacchi iraniani che hanno messo a rischio le infrastrutture energetiche e la stabilità degli Emirati. In questo contesto anche l’Opec entra in crisi, troppo ampia e disomogenea per agire in modo unitario, attraversata da conflitti interni e resa instabile dal ruolo dell’Iran, difficilmente sostenibile dopo la guerra pur essendo stato tra i fondatori; gli stessi Stati Uniti e Israele ne mettono in discussione l’utilità, considerandola non più allineata ai propri interessi strategici e di sicurezza. Questa eterogeneità favorisce l’emergere di potenze regionali come la Turchia e di attori globali indiretti come la Cina attraverso il Pakistan, rafforzando dinamiche multipolari e instabili. In tale quadro, gli Emirati si distinguono anche per una tradizione giuridico-islamica malikita, che attribuisce al diritto e alle istituzioni un ruolo centrale e relativamente originale nel contesto del Golfo, avvicinandoli ad altre realtà del mondo islamico. Ne deriva l’immagine di una trasformazione lenta ma profonda degli equilibri globali nell’area cruciale delle risorse energetiche fossili, e non è casuale, conclude Sapelli, che questo riassetto emerga mentre Carlo III visita gli Stati Uniti, simbolo di un passaggio tra vecchie e nuove egemonie.





