La Knesset blinda la Torah, è scontro sul servizio militare in Israele in stato di guerra
Ariel Piccini Warschauer.
Nello Stato d’Israele, che non ha una Costituzione scritta ma si regge sul fragile mosaico delle sue “Leggi Fondamentali”, da ieri sera c’è un nuovo pilastro costituzionale. Ed è destinato a spaccare ancora di più un Paese già profondamente logorato da oltre due anni di conflitto contro nemici implacabili come l’Iran e il terrorismo palestinese.
Il plenum della Knesset ha approvato in via definitiva la controversa proposta di legge che eleva lo studio della Torah a “valore fondamentale dello Stato di Israele e del patrimonio del popolo ebraico”. Una vittoria politica schiacciante per i partiti ultraortodossi (haredim) della coalizione di Benjamin Netanyahu, ma una ferita aperta per l’opposizione, la società civile laica e, soprattutto, per i vertici militari delle IDF (l’esercito israeliano), che da mesi denunciano una crisi di organico senza precedenti.
Il voto di lunedì sera è il culmine di un durissimo braccio di ferro interno alla maggioranza. Per settimane, i leader di United Torah Judaism e degli altri partiti religiosi hanno tenuto in ostaggio l’agenda legislativa del governo, minacciando di boicottare ogni provvedimento e di far cadere l’esecutivo se il testo non fosse stato blindato prima della pausa parlamentare estiva (che precede le elezioni).
Per facilitare il passaggio della legge, i promotori hanno dovuto limare i passaggi più incendiari: è stata eliminata la clausola che “equiparava” formalmente lo studio della Torah al servizio militare sotto le armi, un paragone che aveva suscitato l’indignazione di gran parte dell’opinione pubblica. Ciononostante, la sostanza politica e giuridica non cambia. Come sottolineato dall’Israel Democracy Institute, l’inserimento di questo principio in una legge di rango costituzionale offrirà in futuro un solido appiglio legale per giustificare l’esenzione dei giovani ultraortodossi dal servizio di leva e per continuare a garantire fiumi di sussidi statali alle yeshivot (le accademie rabbiniche).
La reazione delle opposizioni è stata durissima. Il leader di Yesh Atid, Yair Lapid, ha guidato la protesta presentando una lettera firmata da tutti i partiti di minoranza che accusa la maggioranza di tradimento morale: «Il ruolo vergognoso di chi ha votato questa legge sull’evasione della leva rimarrà impresso per sempre davanti agli occhi dei cittadini che servono sotto le armi e lavorano per mantenere il Paese», ha dichiarato Lapid, promettendo di abrogare la norma non appena si tornerà alle urne. A rendere lo scenario ancora più teso è il tempismo. Il Paese affronta una guerra di logoramento su più fronti e l’esercito è al limite delle proprie capacità operative. Di recente, la Corte Suprema aveva ordinato lo stop ai fondi pubblici per le scuole rabbiniche i cui studenti rifiutano la divisa, avviando di fatto l’iter per l’arruolamento forzato. Questa legge si propone come lo scudo politico per neutralizzare quella sentenza.
Il vero dramma, tuttavia, si consuma dietro le quinte della sicurezza nazionale. I generali dell’IDF non nascondono più la loro disperazione. Il Capo di Stato Maggiore, il generale Eyal Zamir, ha inviato una lettera durissima al Ministro della Difesa Israel Katz, avvertendo che l’esercito rischia il collasso strutturale a causa della carenza di soldati.
In questo contesto, la Knesset si appresta a votare un altro provvedimento ultraortodosso: una moratoria temporanea che congela gli arresti per i renitenti alla leva della comunità haredi. Una misura che, secondo Zamir, «infliggerà un colpo mortale alle motivazioni di chi serve e creerà un pericolo immediato per la sicurezza dello Stato».
Mentre i soldati continuano a combattere e a cadere al fronte, la politica di Gerusalemme ha scelto di blindare i privilegi di una minoranza teologica da cui dipende la sopravvivenza del governo. Per Netanyahu è una boccata d’ossigeno politico nell’immediato; per il futuro d’Israele, rischia di essere l’inizio di una frattura sociale insanabile.





