La governabilità passa dalla valorizzazione del parlamento
“Da tempo – scrive Giorgio Vittadini su Avvenire – la politica italiana insegue il mito della governabilità intesa come rafforzamento del potere dell’esecutivo e marginalizzazione delle opposizioni. In questa logica può essere guardato anche il recente referendum sulla giustizia. Era già successo con il referendum costituzionale per il superamento del bicameralismo, promosso da Matteo Renzi, e una sorte simile era toccata anche ad altri referendum, come quello sull’abrogazione del Jobs Act. Allo stesso modo, sono falliti tentativi di riforme costituzionali condivise, come la Bicamerale guidata dal governo Massimo D’Alema. L’incapacità di realizzare qualsiasi riforma appare una delle eredità di Tangentopoli, che non ha solo determinato la crisi dei partiti tradizionali, ma anche la trasformazione del confronto politico in una “contrapposizione morale tra buoni e cattivi”. Una logica che ha progressivamente sostituito il compromesso politico con uno scontro permanente. Sarebbe tuttavia ingenuo pensare che la crisi della politica nazionale dipenda solo da una debolezza interna. Il contesto globalizzato degli ultimi venti anni ha infatti spostato le leve del potere dalla rappresentanza democraticamente eletta all’egemonia del tecno-capitalismo. In ogni caso, si è cercato di limitare la debolezza della politica italiana imitando il modello anglosassone, accettando una crescente polarizzazione della politica, come se fosse inevitabile. Quel sistema sta mostrando segni evidenti di crisi. Quando un leader conquista il potere, fa fatica a interpretare il suo ruolo istituzionale e, rimanendo di parte, alimenta il conflitto con l’opposizione invece di cercare di risolverlo. Tutto questo appare un segno di involuzione della democrazia liberale. Il punto è che si continua a non comprendere che la governabilità non coincide con la forza del governo. Essa è, prima di tutto, capacità del sistema politico di funzionare nel suo complesso: valorizzazione del Parlamento, ruolo attivo delle opposizioni, partecipazione diffusa. Senza questi elementi, ogni riforma rischia di essere fragile e reversibile”.





