La diplomazia dei Quattro, un asse sunnita per fermare la guerra in Iran
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre il rombo dei missili e il sibilo dei droni continuano a segnare il ritmo della crisi in Medio Oriente, la diplomazia prova a riprendersi la scena nel cuore dell’Asia. Questo fine settimana, Islamabad diventerà il perno di un tentativo disperato, ma ambizioso, di fermare la spirale di violenza che dal 28 febbraio scorso vede contrapposti l’Iran da un lato e l’asse Usa-Israele dall’altro.
A sedersi attorno a un tavolo in Pakistan non saranno solo i padroni di casa, ma i rappresentanti di altre tre potenze musulmane che non possono più restare a guardare: l’Arabia Saudita, la Turchia e l’Egitto. Quattro nazioni diverse per storia e interessi, ma unite dal timore che l’incendio iraniano finisca per bruciare l’intera architettura di sicurezza regionale, dai pozzi del Golfo al Canale di Suez.
Non è un caso che il vertice si tenga in Pakistan. Il Primo Ministro Shehbaz Sharif sta giocando una partita delicatissima: forte di un accordo di difesa con Riad ma attento a non alienarsi il potente vicino iraniano (con cui condivide una numerosa minoranza della popolazione sciita), ha offerto il Paese come “terreno neutro”. “Siamo pronti a facilitare colloqui conclusivi”, ha dichiarato Sharif, ponendo però una condizione imprescindibile: il via libera di Washington e Teheran.
La Turchia di Erdogan, inizialmente candidata a ospitare il vertice, ha ceduto il passo a Islamabad per ragioni logistiche e strategiche, con il ministro Hakan Fidan impegnato a tessere una tela che eviti il collasso economico della regione. L’Egitto di al-Sisi, pur condannando le incursioni iraniane contro le infrastrutture civili dei suoi alleati del Golfo, sa che un conflitto prolungato sarebbe il colpo di grazia per l’economia egiziana già provata.
L’obiettivo minimo è la “de-escalation”. Quello massimo è il “post-guerra”: definire un nuovo ordine mediorientale dove le potenze regionali non siano più spettatrici delle decisioni prese altrove. Ma la strada è in salita. Mentre i diplomatici studiano le bozze di intesa, sul campo si continua a sparare. La sfida di Islamabad è dimostrare che nel nuovo mondo multipolare, la soluzione alla crisi mediorientale può passare per le capitali del mondo islamico, prima che per quelle occidentali.





