La crisi dello Stretto di Hormuz segna la fine dell’ordine commerciale internazionale fondato sul diritto e la libertà di navigazione
Federico Fubini sul Corriere della Sera scrive che la crisi dello Stretto di Hormuz segni il definitivo tramonto dell’ordine commerciale internazionale fondato sul diritto e sulla libertà di navigazione. Quel sistema, garantito per decenni da istituzioni come il Wto e dal diritto marittimo internazionale, era già stato indebolito dalle violazioni cinesi e dalla paralisi dell’organismo d’appello del Wto durante le amministrazioni Trump e Biden. Oggi, osserva l’autore, lascia spazio a un mondo in cui prevale la legge del più forte. Secondo Fubini, gli scambi commerciali continueranno, ma saranno sempre più condizionati dal controllo delle rotte strategiche. L’Iran rivendica infatti Hormuz come proprie acque costiere, trasformando il passaggio in uno strumento di pressione geopolitica su un’area da cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. Dopo settimane di bombardamenti, gli Stati Uniti non sono riusciti a riaprire lo stretto e un’invasione terrestre appare impraticabile, rafforzando la convinzione di Teheran di non dover fare concessioni. L’editorialista sottolinea che il precedente di Hormuz rischia di estendersi ad altri scenari: la Russia limita già il transito nell’Artico, la Cina rivendica come proprie le acque dello Stretto di Taiwan e gli Houthi continuano a minacciare il traffico nel Mar Rosso. Anche l’interesse americano per la Groenlandia viene interpretato come parte della stessa competizione per il controllo dei passaggi strategici. Pur ritenendo che l’economia mondiale saprà adattarsi, Fubini prevede prezzi dell’energia più elevati e un commercio internazionale sempre più influenzato dalla competizione geopolitica anziché dalle regole del diritto internazionale.





