Incomprensione Giorgetti-Leo, il governo ora teme la delicatezza del momento e la reazione dei mercati
Alessandro Barbera su La Stampa racconta un episodio che racconta bene la delicatezza del momento. È l’ora di pranzo di giovedì. Maurizio Leo, numero due al Tesoro ma di fatto il ministro delle Finanze, sta incontrando la giunta esecutiva di Confartigianato. Alle 12.09 le agenzie battono una dichiarazione che fa sobbalzare Giancarlo Giorgetti dalla sedia del fu Quintino Sella. «Non si può dire disinteressiamoci alla tenuta dei conti e sforiamo: se fossimo disinvolti rischiamo un tracollo per lo Stato, ricordate cosa è successo in Grecia tanti anni fa». Il ministro lo chiama, chiede al collega di metterci una pezza. Alle 14.12 una nota di Leo smentisce Leo: «I conti pubblici si trovano in una situazione di forte solidità, siamo lontani anni luce da una situazione paragonabile a quella vissuta dalla Grecia».
Anche la prossemica sfoggiata ieri sera da Giorgetti dice molto del momento. A Palazzo Chigi il Consiglio dei ministri è appena finito. L’uomo che rappresenta il governo davanti ai mercati scende in sala stampa e ci resta per il minimo sindacale. Ha l’aria stanca, è senza cravatta. Legge dagli appunti i numeri sul deficit, quelli sulla progressione del debito (nel dettaglio solo a precisa domanda di un giornalista), fa capire che la situazione si è fatta pessima. Ministro qual è l’approccio con cui affronterete la legge di Bilancio? «Monitoro giorno per giorno, la mia risposta è probabilmente diversa da un mese fa». Giorgetti non parla a caso. Un mese fa – era il 4 settembre – il differenziale di rendimento fra il Btp decennale e il Bund tedesco valeva 81 punti. Ieri per qualche ora ha superato i 130, salvo assestarsi a fine giornata a 115. Per dirla più chiaramente: il governo oggi deve pagare a chi sottoscrive il nostro debito l’1,15 per cento di interessi in più di quello di Berlino: il 4,61.
Il tasso di interesse sui titoli di Stato è il principale indicatore del rischio Paese. E per il governo è l’aspetto più preoccupante di una situazione internazionale sempre più tesa. Complice la crisi di Hormuz, gli investitori hanno messo sotto pressione i governi di Washington e Parigi, entrambi con una spesa pubblica fuori controllo. Nel frattempo si è realizzato quello che gli esperti chiamano il «flight to quality»: quando sale l’incertezza, i capitali si spostano sui prodotti più sicuri. Benché Friedrich Merz abbia deciso un aumento della spesa per la difesa come non si vedeva dalla fine della seconda guerra mondiale, il Bund tedesco resta l’approdo preferito. Lo si deve a una crescita del Pil che a fine anno – per quanto contenuta – sarà di qualche decimale superiore all’un per cento stimato ieri da Giorgetti. C’è stato un tempo – prima di Donald Trump – in cui anche i Treasuries americani erano un porto sicuro. Dopo l’inizio della crisi di Hormuz e la promessa di cinquemila dollari ad americano in caso di vittoria al Midterm, lo scenario è definitivamente cambiato.
Giorgetti è preoccupato, molto preoccupato, e non lo nasconde. A ormai pochi mesi dal voto politico, deve fare i conti con tutto questo e una maggioranza che preme per una legge di Bilancio generosa, e che generosa non può essere. L’aver fallito l’obiettivo di uscire in anticipo dalla procedura di infrazione europea per deficit eccessivo ha complicato i piani. Il governo avrebbe a disposizione ben 36 miliardi di flessibilità europea sulle spese per energia e difesa, ha deciso nel 2027 di farne uso per 14, ma non può tecnicamente scorporarle dai calcoli per il deficit. E così, quando in conferenza stampa spiega che la spesa in disavanzo l’anno prossimo salirà al 3,4 per cento, è costretto a spiegare che insomma sì, in effetti salirà ma si tratterà di uno sforamento autorizzato.
Il problema è che ai mercati non importa nulla di questi dettagli. Quando gli investitori ascoltano le conferenze stampa di Giorgetti aspettano di sentire essenzialmente un numero, ovvero se il debito sale o meno, e purtroppo nel 2027 continuerà a salire, anche se di poco: dal 138,1 per cento di quest’anno al 138,6. O meglio al 138,5, il dato riportato a tarda sera da un comunicato che ha rettificato i numeri riportati da Giorgetti in conferenza stampa. Nei momenti di massima tensione sui titoli pubblici, questi sono i numeri buoni per chi vuole speculare. Lunedì mattina il Tesoro, nel tentativo di abbassare la pressione sui Btp, lancerà un’operazione di riacquisto per cinque miliardi di euro, una mossa simile a quella voluta da Scott Bessent per i titoli americani. Fra gli investitori c’è chi sostiene che dopo i numeri di oggi il differenziale fra Btp e Bund la prossima settimana sarà più alto di quello con i corrispondenti titoli francesi, oggi i più rischiosi dell’area dell’euro. Quello fra il Bund e il decennale greco ieri era invece più basso del nostro. Il perché è semplice: da qualche mese il debito di Atene è stimato un paio di punti più basso del nostro, e questo è un fatto più caustico della battuta dal sen fuggita a Leo.





