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Politica

Il sociologo Abis invita alla cautela sul protagonismo dei giovani al referendum

Madrid voting for elections of the community for government. hand voting in a poll

Sociologo, fondatore di Makno, docente allo IULM e rubrichista di Prima Comunicazione, Mario Abis invita a leggere con cautela le interpretazioni emerse dopo il referendum, a partire dal presunto protagonismo dei giovani. Lo dice in una intervista a Primaonline.

Prima – 
Professore, si è parlato molto di una forte partecipazione giovanile che avrebbe inciso sull’esito del voto. È davvero così?
M. Abis – No, questo dato non è confermato da nulla. È una costruzione, una proiezione dei sondaggi applicata al voto reale. Ma il voto reale si analizza con tempi lunghi e con strumenti complessi. Servono almeno due o tre settimane per avere un quadro attendibile. Tutto il resto è commento.

Prima – Quindi i giovani non sono stati decisivi?
M. Abis – I giovani, per quello che sappiamo da anni di ricerche, hanno un livello di partecipazione al voto molto basso, soprattutto nelle fasce più giovani, 18-19 anni.
Parliamo di percentuali che raramente superano un terzo. Possono essere molto presenti nel dibattito, nelle mobilitazioni, ma il passaggio al voto è un’altra cosa. L’idea che abbiano determinato l’esito del referendum è una narrazione, non un dato.

Prima – Eppure è stato il tema più raccontato.
M. Abis – Sì, perché si inserisce perfettamente nella retorica della “nuova partecipazione”. Ma se guardiamo i numeri, siamo sotto il 60% di affluenza, in linea con altri referendum. Non c’è nessuna mobilitazione straordinaria. È una lettura più mediatica che sociologica.

Prima – Il problema riguarda solo i giovani o l’intero modo in cui si è raccontato il voto?
M. Abis – Riguarda tutto il sistema dei commenti. Negli ultimi anni si è diffuso un uso dei sondaggi completamente arbitrario. Si costruiscono interpretazioni senza basi. L’esempio più evidente è la correlazione tra affluenza e risultato: è stata ripetuta ovunque e si è rivelata falsa. Questo dà l’idea del livello di superficialità.

Prima – Quindi i sondaggi non sono più affidabili?
M. Abis – Il problema è che spesso non si sa come sono fatti. Non si conoscono campioni, questionari, criteri di selezione. Una volta la metodologia era rigorosa, oggi è molto più debole. 
Il sondaggio è diventato uno strumento mediatico, più che scientifico. Serve a dare una patina di oggettività a opinioni già costruite.

Prima – Questo può avere effetti anche sulla politica?
M. Abis – Certo. Se i decisori si basano su dati inconsistenti, rischiano di interpretare male la realtà. E non è solo un problema di deontologia. Quando si diffondono dati non verificati si entra in un terreno delicato, anche dal punto di vista della responsabilità.
Un dato poco considerato è quello delle schede bianche e nulle. Ed è invece centrale. Parliamo di circa il 10% dei votanti, milioni di persone. Se poi aggiungiamo chi non è andato a votare, arriviamo a oltre la metà della popolazione. Il vero dato è questo: il “partito del non voto” è oggi il fenomeno più rilevante.

Prima – Quindi un tema è chi non partecipa?
M. Abis – Esattamente. La partecipazione reale è molto più bassa di quanto sembri. E questo riguarda tutta la democrazia rappresentativa. Siamo passati da livelli di partecipazione dell’85-90% a percentuali dimezzate. È un cambiamento strutturale.

Prima – In questo contesto, che ruolo hanno le nuove tecnologie? L’intelligenza artificiale può migliorare le analisi?
M. Abis – Paradossalmente, nel mondo dei sondaggi no. Sono strumenti vecchi, nati a fine Ottocento, e oggi spesso peggiorati. La tecnologia ha aumentato la velocità, ma non la qualità. Si fanno sondaggi in poche ore, senza controllo. È una mistificazione.

Prima – E invece nel lavoro universitario cosa sta cambiando?
M. Abis – Nelle università si stanno facendo cose molto più avanzate. Allo IULM il mio corso unisce statistica e metodologia della ricerca, con una forte componente laboratoriale. Gli studenti lavorano su indagini reali, anche in collaborazione con università europee. Stiamo sperimentando l’uso dell’intelligenza artificiale per costruire questionari e modelli di ricerca più sofisticati.

Prima – Cosa significa in termini pratici?
M. Abis – Il sondaggio non è una domanda, è una struttura complessa. Bisogna progettare il questionario, costruire il campione, interpretare i dati. L’intelligenza artificiale può aiutare molto in questo, perché consente di simulare modelli, testare ipotesi, migliorare la qualità delle rilevazioni. È lì che sta l’innovazione, non nei sondaggi che vediamo nei media.

Prima – Quindi c’è una distanza tra ricerca e racconto pubblico?
M. Abis – Enorme. Nelle comunità scientifiche si lavora in modo multidisciplinare, con matematici, fisici, ricercatori internazionali. Si sperimentano modelli nuovi. Ma tutto questo non arriva nel dibattito pubblico, dove prevalgono semplificazioni e narrazioni.

Prima – Professore, lei ha parlato di un uso improprio dei sondaggi. Ma fin dove arriva il problema?
M. Abis – Arriva molto oltre la deontologia. Qui non siamo più nel campo dell’interpretazione o del commento. Se io diffondo un dato che non ha alcuna certificazione scientifica, che non è verificabile, che non è costruito secondo criteri metodologici corretti, il problema diventa un altro.

Prima – In che senso?
M. Abis – In senso molto concreto. Ne ho parlato anche in ambienti giudiziari: a un certo punto si potrebbe configurare una responsabilità. Perché si sta diffondendo un’informazione falsa, presentata come dato. E questo non è neutrale.

Prima – Quindi non è solo un problema di cattiva informazione?
M. Abis – No, è qualcosa di più. Il sondaggio, quando viene usato in questo modo, diventa una copertura pseudo-scientifica per opinioni arbitrarie. E questo produce effetti reali, sul dibattito pubblico, sulla politica, sulle scelte.

Prima – È una valutazione molto severa.
M. Abis – Sì, ma necessaria. Perché siamo arrivati a un livello che definirei di vera e propria pornografia dell’informazione: numeri usati senza controllo, senza metodo, senza responsabilità. A un certo punto questo meccanismo dovrà fermarsi. 
Più che una nuova partecipazione, il referendum mette in luce una frattura: tra la complessità dei fenomeni reali e la semplificazione con cui vengono raccontati. Quando i numeri smettono di essere strumenti di conoscenza e diventano narrazione, il rischio non è solo quello di capire male la realtà, ma di deformarla

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