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Il proclama di Mojtaba Khamenei: “Per Israele è l’inizio della fine”

Ariel Piccini Warschauer.

Quindici anni. È questo il nuovo orizzonte temporale che la Repubblica Islamica ha fissato per la cancellazione geografica e politica dello Stato ebraico. A ricalcolare la scadenza della storica e minacciosa “profezia” del regime è stato direttamente l’Ayatollah Mojtaba Khamenei. In un duro messaggio scritto diffuso in occasione del pellegrinaggio annuale del Hajj, la nuova Guida Suprema ha dichiarato che Israele è ormai entrato nelle «fasi finali» della sua esistenza, ribadendo la linea ultra-radicale dei Pasdaran.

Il testo riprende e aggiorna il celebre anatema scagliato dal padre, l’ex leader Ali Khamenei, che nel 2015 profetizzò che Israele «non avrebbe visto i successivi 25 anni». Dieci anni dopo, il figlio e successore dimezza il timer, indicando il 2040 come l’anno del collasso definitivo di quello che Teheran continua a definire «un tumore canceroso». Nel proclama si legge anche un avvertimento a Washington: i paesi della regione non faranno più da «scudo» alle truppe statunitensi, mentre gli slogan «Morte all’America» e «Morte a Israele» restano i pilastri immutabili della rivoluzione islamica.

Dietro la granitica ferocia della retorica ufficiale, tuttavia, si nasconde la realtà di un leader che l’intelligence occidentale descrive ormai come un “fantasma”.

Mojtaba Khamenei non appare in video, non rilascia registrazioni audio e non presenzia a cerimonie pubbliche. Una sparizione totale che dura dall’inizio dell’escalation militare. Secondo gli ultimi rapporti delle agenzie di sicurezza statunitensi, il silenzio della Guida Suprema non è una scelta strategica di comunicazione, ma una necessità di sopravvivenza.

Il leader sarebbe rimasto ferito lo scorso febbraio durante i devastanti raid aerei israelo-americani che hanno colpito Teheran, provocando la morte del padre.

Da quel momento, per sfuggire alla campagna di omicidi mirati orchestrata dal Mossad e dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), Mojtaba si è rifugiato in una località segreta, un bunker fortificato e costantemente spostato per evitare la tracciabilità dei droni e dei segnali satellitari.

La diplomazia dei corrieri cartacei

Questo isolamento sta provocando enormi problemi di governance interna e paralizzando la macchina diplomatica iraniana. Le informative dell’intelligence rivelano che la Guida Suprema rifiuta qualsiasi mezzo di comunicazione elettronico o digitale, nel timore di essere localizzato da un attacco informatico o da un’intercettazione.

Il governo di Teheran e i negoziatori impegnati nei delicatissimi colloqui sul nucleare sono costretti a comunicare con il capo dello Stato attraverso una farraginosa rete di corrieri cartacei. I messaggi vengono scritti a mano, sigillati e trasportati fisicamente di rifugio in rifugio. Il risultato è una pesante “latenza” decisionale: per ottenere il via libera del leader su una singola clausola diplomatica o su una mossa militare possono volare giorni, rallentando drasticamente le risposte della diplomazia iraniana in un momento in cui il Medio Oriente viaggia a velocità supersonica.

Il proclama sul Hajj e il countdown contro Israele servono a questo: a dimostrare che, nonostante il leader sia politicamente e fisicamente un recluso, la catena di comando è salda e l’ideologia del regime non arretra di un millimetro. Resta da capire per quanto tempo una potenza regionale possa essere guidata dall’ombra di un bunker, un foglio di carta alla volta.

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