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Il Pentagono annuncia il ritiro di 5mila soldati dalla Germania e attacca ancora Italia e Spagna

Ariel Piccini Warschauer.

La diplomazia mondiale trattiene il fiato mentre il baricentro della sicurezza occidentale sembra spostarsi pericolosamente sotto i colpi dei tweet e delle decisioni unilaterali della Casa Bianca. In un clima già surriscaldato dal conflitto con l’Iran, Donald Trump torna a scuotere le fondamenta della NATO, trasformando il supporto militare in una questione di “dare e avere” che lascia l’Europa, e l’Italia in particolare, in una posizione di profonda incertezza.

L’annuncio del Pentagono è arrivato come un fendente: 5.000 soldati americani lasceranno le basi in Germania entro l’anno. Ma non è solo una mossa logistica. Nelle parole del Presidente americano emerge il volto di una nuova dottrina dell’isolamento punitivo. Trump ha puntato il dito contro gli alleati storici, colpevoli a suo dire di aver guardato altrove durante le fasi più critiche dello scontro con Teheran.

«L’Italia non ci è stata di alcun aiuto», ha dichiarato il tycoon dallo Studio Ovale, inserendo il nostro Paese e la Spagna in una “lista nera” di partner ritenuti poco collaborativi. Per Trump, la solidarietà atlantica non è più un valore a priori, ma un servizio da pagare con la partecipazione attiva alle operazioni belliche o con un aumento drastico della spesa militare.

Mentre Washington ridisegna la sua presenza nel Vecchio Continente, da Teheran arrivano segnali di massima allerta. Mohammad Jafar Asadi, figura di spicco dei Pasdaran, ha parlato apertamente di una «nuova guerra probabile», denunciando il fallimento di ogni canale diplomatico. Il blocco economico e militare imposto dagli Stati Uniti ha spinto il regime iraniano in un angolo, aumentando il rischio che un errore di calcolo nello Stretto di Hormuz possa innescare una fiammata bellica dalle conseguenze imprevedibili per l’intero scacchiere mediorientale.

Per l’Italia e per l’Europa, la sfida è ora duplice. Da un lato c’è la necessità di gestire l’irritazione di un alleato americano sempre più imprevedibile, che minaccia di svuotare le storiche basi nel Mediterraneo. Dall’altro, resta l’urgenza — sollevata a più riprese anche dalle gerarchie ecclesiastiche e dalla società civile — di non farsi trascinare in un conflitto che rischierebbe di incendiare ulteriormente una regione già martoriata.

In questo “risiko” di truppe e minacce, a mancare è ancora una volta una voce europea corale capace di rimettere al centro il dialogo e la distensione, prima che i “venti di guerra” si trasformino in una tempesta senza ritorno.

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