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Il pellegrinaggio della paura, alla Mecca l’Hajj blindato dei centomila iraniani

Ariel Piccini Warschauer.

C’è un momento, sotto il cielo bianco di fuoco della Mecca, in cui la geopolitica del Medio Oriente sembra sospendersi, schiacciata dal peso di una devozione millenaria. Oltre un milione di fedeli, avvolti nei candidi teli dell’Ihram che annullano ogni distinzione di classe e provenienza, ha già iniziato ad affluire verso la Grande Moschea per l’annuale pellegrinaggio dell’Hajj. Ma quest’anno, l’atmosfera che si respira attorno alla Kaaba non è quella degli anni passati. «Non sarà il solito Hajj», sussurrano fonti della sicurezza a Riad. E non può esserlo.

Tra la folla oceanica di mussulmani spiccano i volti di decine di migliaia di pellegrini provenienti dall’Iran e dall’Iraq. Fino a pochi mesi fa, i cieli sopra le loro teste erano solcati da vettori ben diversi dalle colombe della pace: droni kamikaze e missili balistici lanciati dalle milizie filo-iraniane contro le infrastrutture strategiche del Regno saudita, a cui Riad ha risposto con la forza dei suoi jet. Oggi, quegli stessi cittadini camminano fianco a fianco con i sudditi della dinastia Al Saud, in un pellegrinaggio teso e militarizzato che si consuma all’ombra di una guerra regionale mai così vicina alla pace. 

I servizi di intelligence sauditi hanno schierato un dispositivo di sicurezza senza precedenti. Il timore principale non è solo logistico – la gestione di una massa umana in condizioni climatiche estreme – ma squisitamente politico. Teheran ha storicamente utilizzato la vetrina dell’Hajj per proiettare la propria influenza geopolitica, spesso esortando i fedeli a manifestazioni di dissenso politico contro l’Occidente e Israele, i cosiddetti “voti di abiura degli infedeli”. Le autorità saudite sono state categoriche: nessun attivismo politico sarà tollerato all’interno dei luoghi santi. L’Hajj deve rimanere un momento di esclusiva preghiera. Ma far rispettare questo diktat a decine di migliaia di pellegrini sciiti, in un momento in cui l’asse della resistenza guidato dall’Iran si sente sotto assedio, è un’operazione ad altissimo rischio. 

Il contrasto è stridente. Da un lato, lo sforzo diplomatico delle monarchie del Golfo per mantenere una fragile stabilità; dall’altro, le ferite ancora aperte dei recenti scambi di colpi della guerra per procura che vede l’Iran e l’Arabia Saudita su fronti opposti. Per i pellegrini iraniani, arrivare alla Mecca significa attraversare una faglia psicologica enorme: passare dal Paese che ordina i raid al Paese che li subisce (e viceversa).

Le ultime atrocità del conflitto e l’escalation militare nell’area hanno reso i controlli ai valichi di frontiera e negli aeroporti di Gedda stringenti come non mai. Ogni passaporto iraniano o iracheno viene esaminato con una lente d’ingrandimento invisibile ma pervasiva, fatta di riconoscimento facciale e monitoraggio dei flussi finanziari.

Eppure, nonostante i droni e i veti incrociati, la macchina dell’Hajj non si ferma. Per Teheran, garantire l’accesso ai luoghi santi è un dovere religioso irrinunciabile e uno strumento di legittimità interna. Per Riad, la perfetta riuscita del pellegrinaggio è una questione di prestigio globale e il pilastro della propria custodia dell’Islam.

Sotto i minareti della Mecca, la fede e il pragmatismo geopolitico cercano una tregua impossibile. Almeno per i giorni del sacrificio, le armi tacciono. Ma la sensazione, tra i corridoi di marmo della Grande Moschea, è che basti una scintilla, una bandiera di troppo o uno slogan intonato fuori tempo, per trasformare il luogo della pace nell’ennesimo fronte di una guerra infinita.

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