Il Mangia, l’automa, l’ora sbagliata e qualcosa da rivedere
Pierluigi Piccini.
C’è un’ironia che Siena custodisce da sei secoli senza più vederla. Il primo Mangia era un uomo: Giovanni di Balduccio, campanaro dal 1347, soprannominato “Mangiaguadagni” perché scialacquava lo stipendio. La città lo sostituì con una macchina, un automa che batteva le ore senza capire il tempo che scandiva — e alla macchina lasciò il nome dell’uomo. Il premio che ne discende rischia oggi di assomigliare a quell’automa: un meccanismo che continua a battere, puntuale e solenne, mentre il tempo della città gli è cambiato sotto.
La cronologia è impietosa. La candidatura di Lovaglio viene avanzata dal Rettore dell’Università a pochi giorni da un turbolento rinnovo dell’incarico in Rocca Salimbeni; le candidature civiche emerse dal Magistrato delle Contrade vengono ritirate per convergere sulla proposta dell’Ateneo; il 25 maggio il Concistoro ratifica, con motivazioni che parlano di narrazione rovesciata, di rinascita, perfino di rinascimento del Monte. Poi arriva la domenica del terremoto, e la scelta non appare più felice nemmeno a chi l’ha votata: gli onorandi tacciono, il proponente annaspa nelle giustificazioni.
Sia chiaro: Lovaglio non ha fatto altro che il suo dovere. Ha eseguito il compito che gli era stato assegnato, e lo ha eseguito secondo la logica di chi glielo ha affidato. Il problema non è il manager: è il narcisismo che gli si è costruito intorno, e che sta consumando anche lui. Una città che ha bisogno di specchiarsi in un salvatore, istituzioni che hanno bisogno di intestarsi una rinascita, un sistema mediatico che ha bisogno di un eroe da raccontare: tutti hanno caricato su un dirigente d’azienda un peso simbolico che nessun dirigente d’azienda può reggere. Il Mangia è il punto d’arrivo di questa proiezione collettiva, e il suo punto di rottura. Si è premiata una narrazione, non un esito; si è scambiato il racconto della rinascita per la rinascita stessa. Di Siena, ancora una volta, resta il nome: evocato come pretesto, mentre le decisioni si prendono altrove.
Che fare, allora? Non revocare. Una revoca sarebbe un secondo atto di narcisismo: la città che si esibisce nel pentimento dopo essersi esibita nell’entusiasmo. Il 15 agosto si svolga, e si svolga sobriamente; l’eleganza vera, semmai, spetterebbe al premiato — poche parole, nessuna retorica della rinascita, un pensiero a chi nella banca lavora. Sarebbe il modo più dignitoso di sfilarsi dalla proiezione che gli è stata costruita addosso.
Ma la sobrietà di una cerimonia non basta. Nel 2013, dopo il disastro del Monte, l’assegnazione del Mangia fu sospesa proprio per rivedere principi, metodi e tempi del premio: quella riflessione va ripresa in autunno, a operazione bancaria conclusa e a passioni raffreddate, e stavolta portata fino in fondo. Tre regole precise. Una clausola di opportunità temporale: nessun riconoscimento a protagonisti di vicende ancora in corso, perché un premio civico conferito nel mezzo di una battaglia finanziaria diventa inevitabilmente una mossa di quella battaglia. Un criterio che distingua il servizio reso alla città dal risultato aziendale: i due piani vanno tenuti separati, e confonderli ha già presentato a Siena conti salatissimi. E un’istruttoria realmente plurale, in cui le candidature delle Contrade non si ritirino per deferenza: il Concistoro della Repubblica era pensato contro la concentrazione — priori estratti a sorte, in carica due mesi — e quell’antica intuizione sulla rotazione del potere meriterebbe una traduzione moderna nella commissione ristretta.
Il Concistoro deve tornare a essere il luogo dove la città si rappresenta nella sua pluralità, non la camera di ratifica di chi grida più forte il proprio bisogno di riconoscimento. L’automa batterà le ore anche il prossimo 15 agosto. Sta alla città decidere se quel tempo è ancora il suo.





