Il futuro del PalaOrlandi e il Libro Cuore
Paolo Benini.
Mi riprometto sempre di non intervenire in discussioni che qualcuno possa leggere come prese di posizione politiche. Non mi interessa partecipare al gioco degli schieramenti, né prestare argomenti a una parte contro l’altra. Poi leggo certe vicende e mi colpisce quanto il dibattito riesca a svolgersi fuori dal tempo. Il PalaOrlandi, il palazzetto del Costone, è una di queste. Intorno a un problema concreto si muovono appartenenze, memorie, diplomazie e contrapposizioni. Tutti sembrano avere qualcosa da rappresentare. Molto meno evidente è che cosa si voglia costruire.
Il Costone è una realtà importante della storia senese. Nessuno ha bisogno di spiegarmelo. Ma Siena possiede molte storie sportive importanti: la Virtus, le polisportive, la tradizione della pesistica, tante associazioni che hanno accompagnato generazioni di ragazzi. Riconoscere questo patrimonio significa rispettarlo nella sua interezza. La memoria di un’istituzione può motivare l’attenzione pubblica; da sola non può stabilire la priorità di una spesa. Altrimenti dovremmo decidere gli investimenti sulla base dell’intensità dei ricordi, del numero dei nonni che frequentavano un luogo o della capacità dei suoi rappresentanti di farsi ascoltare. Sarebbe un criterio piuttosto singolare per amministrare una città.
Le realtà che richiamo sono quelle entrate, direttamente o attraverso i loro rappresentanti, nella discussione di questi giorni; non esauriscono certo il patrimonio sportivo cittadino. Molte altre potrebbero rivendicare, nello stesso senso, un diritto storico all’attenzione. E visto che nella vicenda hanno un ruolo anche i sacerdoti, ricordo la Virtus e don Armando Perucatti, che ne fu l’iniziatore. Ricordo anche il campino d’asfalto in via Follonica, dove ho giocato anch’io. La storia, dunque, la conosco anche attraverso la mia esperienza. Proprio per questo mi guardo dal trasformarla in un titolo di precedenza: segna la matrice di una realtà, non certifica la convenienza di un’operazione.
Non conosco direttamente i conti dell’associazione proprietaria e non intendo ricostruire procedure bancarie attraverso le cronache. La stampa ha riportato, richiamando la relazione di missione del 2025, un indebitamento verso banche e altri finanziatori vicino a 1,9 milioni di euro e una richiesta di rimborso del capitale residuo del mutuo. Il prezzo ipotizzato per l’acquisto comunale, circa 1,05 milioni, è un’altra cifra e un’altra questione. Quello che emerge, comunque, è un problema economico che il richiamo alla storia non risolve. La vicenda del Monte dei Paschi avrebbe dovuto insegnare a Siena almeno questo: persino un’istituzione enormemente più rilevante per la vita cittadina non è stata sottratta alle logiche finanziarie dalla forza della sua appartenenza. Si può giudicare questa realtà come si vuole. Continuare a ragionare come se non esistesse serve soltanto a subirla.
Ho letto anche l’intervento del presidente Matteo Borsi, cui va tutta la mia stima. Vi riconosco ragioni ideali importanti, l’impegno educativo, l’attenzione ai ragazzi e alle attività inclusive. Considero però vecchia, nella sostanza, l’impostazione quando questi elementi vengono proposti come ragione sufficiente per orientare la decisione pubblica. È perfettamente comprensibile che il presidente difenda la casa della propria società. Il Comune deve rispondere a una domanda più ampia. Non si acquista un palazzetto, assumendone anche i costi futuri, perché è storicamente importante. Per la stessa ragione si potrebbe sostenere che il Monte dei Paschi non debba mai cambiare proprietà o assetto. Ma un’eventuale scelta in quel campo si giocherebbe soprattutto su equilibri economici, prospettive e convenienze. La storicità conserva un valore; il suo peso nella decisione è limitato. Accende l’attenzione. Sono i conti, insieme alle funzioni pubbliche effettivamente garantite, a consentire o sconsigliare l’operazione.
È qui che il dibattito diventa anacronistico. Si parla del cuore mentre il problema riguarda sostenibilità, risorse e capacità di organizzazione. Pare che ogni questione senese debba ancora passare attraverso il libro di De Amicis. Il cuore può spiegare perché ci teniamo a un luogo. Non paga la manutenzione, non copre le utenze, non organizza un calendario, non impedisce che tra qualche anno si torni al punto di partenza. Il rischio della polemica è poi quello di offrire a ciascuno un’occasione per attestare la propria esistenza pubblica: una dichiarazione, una replica, una contrapposizione. A forza di occupare la scena si finisce per lasciare vuoto il progetto. È questo vuoto, più delle differenze politiche, che dovrebbe preoccuparci.
Anche l’appello del cardinale Lojudice a favorire l’acquisizione comunale va considerato su questo piano. È comprensibile che desideri la continuità delle attività. Ma sollecitare un intervento pubblico significa anche chiarire quali impegni assumeranno i soggetti che chiedono quell’intervento e quali condizioni lo renderanno utile alla collettività. La capacità di convincere altri a sostenere una soluzione non basta a dimostrare la qualità della soluzione stessa. Lo stesso vale per sindaco e assessore allo sport: quando prevalgono storia, affetto e valore simbolico, la questione viene posta male. Nel suo intervento in Consiglio il sindaco ha richiamato anche la necessità di un piano di gestione sostenibile. Bene. È su quel piano, reso concreto e valutabile, che dovrebbe concentrarsi la discussione. Richiamarne la necessità è un passaggio; mostrarne contenuti, responsabilità e risultati attesi è quello decisivo.
Il PalaOrlandi mi sembra un impianto bello, ampio, con possibilità che meritano di essere esplorate seriamente. Proprio per questo la domanda interessante è che cosa possa produrre. Quante ore di attività possono essere organizzate sui campi, per quali discipline e con quali utenti? Quali manifestazioni può ospitare, considerate capienza, accessibilità e caratteristiche tecniche? Come utilizzare la palestra e gli altri spazi? Quali entrate possono derivare dal bar e dalle porzioni immobiliari? Questi elementi devono trovare posto in un programma con costi ordinari, manutenzioni future, personale, tariffe, investimenti necessari e previsioni prudenti. Occorre sapere anche quanto resterà a carico del Comune, per quali servizi e con quali verifiche. Il ritorno sociale ha piena dignità, ma deve essere descritto: ragazzi coinvolti, accesso allo sport, attività inclusive, opportunità per le associazioni. Pronunciare la parola «sociale» non rende superflui i conti.
Quando parlo di mettere un impianto a reddito intendo anche la sua capacità di generare movimento, partecipazione e opportunità. Meeting, tornei, iniziative formative, collaborazioni con le federazioni, attività capaci di richiamare persone e produrre un indotto per la città. Per farlo occorrono competenze e una struttura organizzativa dedicata, che lavori sulla rete degli impianti, conosca i bisogni delle società e costruisca un calendario. Ristrutturare è necessario, ma dopo l’inaugurazione comincia il lavoro più lungo. Un edificio rinnovato può restare sottoutilizzato quanto uno vecchio, se manca chi ne sviluppi le possibilità. L’elenco delle opere realizzate, dunque, misura solo una parte della capacità amministrativa. L’altra si vede nell’uso che quelle opere rendono possibile e nella continuità con cui lo producono.
Su questo punto la mia critica all’amministrazione è netta. A Siena molto è stato fatto sul patrimonio sportivo: gli interventi di rinnovo e riqualificazione hanno messo a disposizione impianti nuovi o ammodernati, complessivamente validi e abbastanza ben distribuiti. Penso al campo scuola, al velopattinodromo, al campo da rugby, alla parete da arrampicata e alle altre strutture. Proprio per questo considero grave che alla qualità degli interventi non corrisponda una capacità altrettanto solida di organizzarne l’utilizzo e svilupparne le possibilità. Si rinnovano gli impianti e poi si lasciano le loro potenzialità senza una direzione comune. Le attività ordinarie e le singole iniziative non colmano questa distanza. Un patrimonio moderno, privo di una programmazione all’altezza, può perdere opportunità, consumarsi e diventare un costo crescente. La modernità delle strutture finisce così per rendere ancora più evidente la vecchiaia del modo di pensarle.
Quando parlo di amministrazione, il mio giudizio riguarda anche il Consiglio comunale in ogni sua componente, opposizione compresa. Le responsabilità sono diverse: chi governa deve organizzare e attuare; chi siede in Consiglio deve esercitare indirizzo e controllo, pretendere risultati e proporre alternative. Ma nel dibattito che leggo vedo un’inadeguatezza complessiva ad affrontare il problema nella sua dimensione reale. Siena ha bisogno di innovare, di ridefinire il proprio ruolo e di dare una prospettiva alle risorse di cui dispone. Su questo terreno, invece, il confronto istituzionale continua a sembrarmi prigioniero di una cultura vetusta, accompagnata da una boria che tratta il passato come una garanzia di competenza presente. È un atteggiamento che riconosco in troppe istituzioni cittadine: si rivendica autorevolezza mentre si fatica a produrre una direzione. A mio giudizio, questa combinazione può soltanto alimentare ulteriore declino.
Non basta attribuire le difficoltà a chi è stato incaricato di un singolo impianto. Scegliere le persone, stabilire gli obiettivi, coordinare le attività e verificarne i risultati è responsabilità di chi governa; chiedere conto di queste scelte è responsabilità dell’intero Consiglio. Aggiungere il PalaOrlandi a questo quadro, senza cambiarne il funzionamento, significherebbe aggiungere un’altra struttura alla domanda che già oggi rimane troppo spesso senza risposta: che cosa intendiamo farne? È alla luce di questa insufficienza che l’operazione suscita dubbi seri. Non basta comprare per risolvere l’urgenza del venditore e rinviare a domani il problema dell’utilizzo.
Qualcuno potrà obiettare richiamando il PalaEstra. Ma, per quanto conosco di quella vicenda, l’operazione era accompagnata da un piano preciso, con cifre, passaggi e adeguamenti previsti. È una distinzione sostanziale. Se oggi il risultato economico fosse negativo, bisognerebbe confrontarlo con quel programma e capire che cosa sia stato attuato, che cosa sia rimasto sulla carta, quali condizioni siano cambiate e quali scelte abbiano inciso. Un risultato insoddisfacente non dimostra automaticamente che fosse sbagliata l’operazione iniziale. Può dimostrare anche l’incapacità di darle corso. Chi riceve un incarico deve mettere a frutto strumenti e piani disponibili, aggiornandoli quando necessario e rispondendo dei risultati. La mia critica non nasce da un’avversione verso questa amministrazione: riguarda comportamenti e responsabilità, anche di chi ha compiti operativi e non li esercita all’altezza di quanto previsto.
Lo stesso criterio vale per Pian delle Fornaci, impianto comunale la cui gestione è stata affidata a una società interamente partecipata dal Comune. Non conosco nel dettaglio i termini economici dell’accordo e, sulla base di ciò che riesco a vedere, non comprendo né condivido il senso dell’operazione finché non ne risultino chiari i benefici. Gli atti richiamano un piano economico-finanziario e interventi di miglioramento. La questione, dunque, riguarda la portata di quel programma, la sua attuazione e la capacità di produrre uno sviluppo riconoscibile dell’impianto. Affidare una struttura a una partecipata non fa scomparire i costi né l’esigenza di giustificarli: bisogna conoscere chi li sostiene, con quali entrate, con quali eventuali risorse comunali e a fronte di quali ritorni. Vorrei capire quali attività ulteriori si intendano costruire, quali utenti raggiungere e quali risultati attendersi. Un cambio di gestione non costituisce, da solo, una politica di sviluppo.
Un’amministrazione pubblica, in una fase di crisi e di trasformazione profonda, non può continuare a procedere come nei tempi in cui si presumeva che le risorse avrebbero comunque coperto ogni scelta. Impiegare denaro pubblico senza una previsione seria del beneficio collettivo, oppure lasciare inattuati i programmi che dovrebbero produrlo, significa esporlo allo spreco. Il ritorno può essere economico, sportivo, educativo e sociale; deve però essere definito, perseguito e verificato. Quando un piano esiste, occorre applicarlo e valutarne gli esiti. Quando manca, occorre costruirlo prima di impegnare le risorse. In entrambi i casi, chi ha un incarico deve dimostrare di saperne fare qualcosa.
Anche la scelta di ricostruire la piscina di piazza Amendola, a mio giudizio, andrebbe letta dentro questa programmazione generale. Avrei voluto vedere un confronto esplicito con l’alternativa di un impianto polivalente e di spazi per le associazioni: domanda effettiva, bacino di utenza, funzioni sportive, costi e opportunità per i giovani. La questione riguarda la capacità di scegliere tra impieghi diversi delle risorse e di collegare ciò che si costruisce a ciò che già esiste. È lo stesso criterio che dovrebbe valere per il PalaOrlandi. Il fatto che si trovi nel territorio di Monteriggioni richiede collaborazione tra amministrazioni; non cancella la possibilità di un interesse per Siena, né lo dimostra automaticamente.
L’idea del polivalente, per quanto ricordo della vicenda, nasceva anche dall’iniziativa di altre società sportive del territorio che cominciavano a essere sacrificate nella disponibilità degli spazi. Rispondeva a un bisogno concreto: consentire a più realtà di svolgere le proprie attività, con sedi adeguate e un’organizzazione condivisa. È questa domanda che avrei voluto vedere posta al centro della scelta. Ed è una domanda che torna oggi davanti al PalaOrlandi: un patrimonio pubblico dovrebbe permettere di affrontare anche le esigenze di quelle associazioni, non soltanto quelle del soggetto da cui viene acquistato.
Il punto da cui partire deve allora essere esplicito: se il Comune acquista il PalaOrlandi, quel luogo diventa, nella sua funzione, Pala Comune. Deve entrare nella gestione diretta e nella responsabilità organizzativa dell’ente, attraverso un organismo competente che abbia il compito di coordinare anche gli altri impianti sportivi. Un centro operativo con persone, obiettivi, risorse e verifiche, capace di lavorare con le federazioni e con le società del territorio. Il raccordo con Monteriggioni è parte di questo lavoro: accessi, viabilità, parcheggi e condizioni di utilizzo vanno affrontati insieme. L’acquisto deve essere una scelta dentro tale organizzazione, non un episodio che si spera di organizzare in seguito.
Il Costone deve continuare a trovare spazio nella struttura. Accanto al Costone devono poterlo trovare, secondo disponibilità, compatibilità tecniche e criteri chiari, altre società cittadine, comprese quelle che da tempo chiedono luoghi per allenarsi e organizzare manifestazioni. Servono una calendarizzazione precisa, una distribuzione degli orari, regole di utilizzo e un programma di eventi. Il Pala Comune deve produrre attività e opportunità per una comunità più ampia. I suoi conti vanno fatti insieme a quelli dell’intera impiantistica sportiva, considerando ciò che ogni struttura può offrire e ciò che il sistema può sostenere. È questo il discorso che cerco nel dibattito e che continuo a trovare insufficiente. Al suo posto abbondano le dichiarazioni in politichese.
Se il Comune acquisterà il complesso, il Costone dovrà poter continuare a esserne casa. Ma una proprietà pubblica richiede un’organizzazione degli accessi e degli utilizzi coerente con l’interesse pubblico. Comprare per riconsegnare sostanzialmente tutto al medesimo uso, senza un progetto più ampio e senza criteri trasparenti, sarebbe una scelta che considero profondamente sbagliata. Il progetto deve precedere e giustificare l’acquisto. Se viene preparato dopo, per dare una veste presentabile a una decisione già presa, diventa una foglia di fico. Acquistare un bene non equivale di per sé ad accollarsi un debito privato: il Comune riceverebbe un patrimonio. Ma se il beneficio collettivo resta indeterminato e la finalità prevalente è risolvere l’esposizione del venditore, il rischio è precisamente quello di utilizzare risorse pubbliche per chiudere un problema privato.
Non sono contrario per principio nemmeno a interventi pubblici che aiutino una realtà privata a superare una difficoltà, quando esiste una ragione collettiva solida. Ma le operazioni vanno giudicate nei tempi in cui si fanno. Oggi le risorse e gli impegni futuri impongono scelte capaci di reggere. Il palazzetto può essere utile e può rappresentare un investimento: deve dimostrarlo dentro una politica sportiva generale, con un’organizzazione che sappia attuarla. Altrimenti il richiamo al cuore serve soltanto a rendere più difficile una domanda necessaria.
Non sono contrario all’acquisto del PalaOrlandi. Sono contrario a un acquisto sostenuto da ragioni che non ne dimostrano l’utilità nel tempo. Una città può investire anche molto nello sport, purché sappia dire che cosa sta costruendo, per chi, a quali condizioni e con quale capacità di mantenerlo vivo. La storia del Costone merita un futuro. Per darglielo occorre finalmente discutere di quel futuro, invece di continuare a commuoversi sul passato.





