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Il boia di Teheran non si ferma, giustiziati due giovani manifestanti

Ariel Piccini Warschauer.

Il boia del regime iraniano è tornato in azione, implacabile, per dare l’ennesimo segnale di sangue a una popolazione che non smette di invocare la libertà. Questa mattina, a Isfahan, le autorità di Teheran hanno giustiziato due uomini, Erfan Esfandiari e Golmohammad Mohammadi, accusati di aver preso parte alle massicce proteste che hanno scosso il Paese nel mese di gennaio.

La macchina della “giustizia” teocratica non ha mostrato alcuna clemenza. Secondo quanto riferito da un provvedimento della magistratura locale, citato dall’agenzia di stampa ufficiale Irna, i due manifestanti erano stati condannati per aver partecipato a presunte «sommosse armate con l’obiettivo di rovesciare la Repubblica Islamica dell’Iran». I fatti contestati risalirebbero all’8 gennaio scorso, una giornata di altissima tensione a Isfahan durante la quale – sempre secondo la ricostruzione ufficiale del regime – quattro agenti di polizia avrebbero perso la vita negli scontri con i manifestanti.

Una giustizia farsa per terrorizzare il Paese

Come spesso accade nella Repubblica Islamica, dietro le formule burocratiche e le accuse di “guerra contro Dio” (Moharebeh) si nascondono processi farsa, confessioni estorte con la tortura e la totale assenza del diritto di difesa. La celerità con cui si è arrivati al patibolo conferma la strategia del terrore orchestrata dall’ayatollah Khamenei e dai vertici del potere: utilizzare la pena di morte come arma di deterrenza di massa per spegnere sul nascere ogni focolaio di dissenso. Il messaggio del regime è chiaro: chiunque osi sfidare l’autorità della Repubblica Islamica pagherà con la vita. 

La reazione internazionale

La notizia delle esecuzioni ha riacceso immediatamente l’indignazione delle organizzazioni per i diritti umani, che da mesi denunciano l’escalation di impiccagioni in tutto il Paese. Nonostante le sanzioni e i richiami della comunità internazionale, Teheran tira dritto, sorda a qualsiasi appello umanitario. Per Erfan e Golmohammad la condanna è già stata eseguita, ma il loro sacrificio rischia di diventare un nuovo, potente carburante per la rabbia di una piazza che il regime, nonostante la ferocia del suo boia, non è ancora riuscito a piegare del tutto.

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