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I movimenti tradizionalisti israeliani denunciano la svolta woke dell’esercito

Ariel Piccini Warschauer.

Mentre Israele combatte per la propria sopravvivenza su sette fronti, un’altra guerra, strisciante e ideologica, si consuma all’interno dei comandi di Tsahal, l’esercito ebraico. È l’assalto del virus woke, penetrato nelle vene dell’esercito più efficiente del mondo per mano di quel progressismo radicale che, anche a Tel Aviv, antepone l’agenda di genere alla sicurezza nazionale.

A lanciare l’allarme in modo netto è l’organizzazione israeliana Torat Lechima (Dottrina di Combattimento), che riassume anni di denunce in un duro atto d’accusa contro i vertici militari. Al centro delle critiche c’è la famigerata “Direttiva sul Servizio Congiunto”, nata nel 2016 sotto il mandato dell’allora Capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot. Una riforma definita “nata nel peccato”, che ha aperto le unità combattenti alle donne, stravolgendo equilibri decennali.

Secondo i critici, la campagna per l’integrazione forzata — orchestrata dalla Direzione delle Risorse Umane, dal Portavoce militare e dalla controversa figura della Consigliera per le Questioni di Genere (YOHALAM) — è stata un vero e proprio danno collettivo. “L’esercito ha marciato verso il collasso come dietro al pifferaio magico”, accusano da Torat Lechima, ricordando come già nel 2013 influenti think tank della sinistra israeliana (come l’INSS e l’Israel Democracy Institute) avessero raccomandato di spingere sulle quote rosa nei reparti d’élite, anche a costo di scoraggiare o escludere i soldati religiosi e ultraortodossi (Haredi), spina dorsale di molte unità d’assalto.

Il risultato? Il collasso di questo castello di carte ideologico è arrivato con la dura realtà della guerra. Sul campo, nel fango e dentro l’acciaio dei veicoli corazzati, la teoria gender si è scontrata con la realtà dei fatti. Decine di migliaia di riservisti si sono trovati a operare in situazioni logisticamente e operativamente “impossibili” negli avamposti in prima linea. Perfino gli stessi uffici della parità di genere (YOHALAM), davanti all’emergenza della guerra totale, hanno dovuto congelare o aggirare quelle stesse direttive che avevano imposto per anni, ammettendone implicitamente il fallimento.

Eppure, la spinta ideologica non si ferma. L’ultimo affondo è arrivato dai giudici della Corte Suprema israeliana (Bagatz), che con una sentenza giudicata da molti come una forzatura politica ha imposto la mescolanza dei sessi persino all’interno degli equipaggi dei carri armati delle Brigate Corazzate. 

“Oggi tutti capiscono, col senno di poi, che avevamo ragione”, incalzano i promotori della linea tradizionale. La richiesta al governo e al Ministro della Difesa è chiara: serve una vera e propria bonifica culturale. Il femminismo radicale deve essere estromesso dai centri di comando. La Corte Suprema non può dettare le regole d’ingaggio e di addestramento a chi rischia la propria vita sul campo. E, soprattutto, la scelta del prossimo Capo di Stato Maggiore dovrà ricadere su un generale che non strizzi l’occhio alle agende progressiste occidentali: un comandante che si occupi di vincere le guerre e non di implementare l’uguaglianza di genere sotto il fuoco nemico.

Perché quando i vicini di casa dichiarano di volerti distruggere, la priorità di un esercito deve essere una sola: la letalità, non il politicamente corretto, almeno secondo la destra israeliana. 

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