I minori e la giustizia, la risposta penale dello Stato per ora deficitario nella prevenzione
Luciano Panzani su InPiù scrive che il Governo tra le varie norme contenute nel nuovo Ddl sicurezza, dirette ad inasprire la risposta penale dello Stato in materia di ordine pubblico e repressione dei reati, ha previsto un mutamento della disciplina nei confronti dei minori tra i 14 e i 18 anni. Mentre oggi l’art. 98 del codice penale richiede che la capacità di intendere e volere del minore e quindi la sua imputabilità sia accertata caso per caso, si prevede che essa sia presunta e che sia onere della difesa dimostrare il contrario. Lo scopo è di ridurre i tempi delle indagini tagliando sui tempi delle perizie in materia di imputabilità dei minori, ma è evidente che il risparmio è teorico perché la difesa degli imputati eccepirà l’immaturità del minore e il giudice dovrà disporre gli accertamenti del caso. Il Cnca-Coordinamento nazionale comunità accoglienti esprime “grande preoccupazione e forte dissenso” osservando che “si indebolisce uno dei principi fondanti della giustizia minorile italiana: la valutazione individualizzata della persona, della sua storia, del suo livello di maturazione e del contesto familiare e sociale in cui si è sviluppata”. Anche i penalisti italiani hanno manifestato dissenso. Vi è il rischio, secondo il Cnca, “che i ragazzi più fragili, provenienti da contesti di marginalità sociale, povertà educativa, disagio psichico o esclusione, siano esposti a una maggiore penalizzazione senza che vengano adeguatamente considerate le condizioni che hanno contribuito alla commissione del reato”. Va detto che la valutazione personalizzata del minore è già a rischio, perché le carceri minorili sono sovraffollate e i giudici sono sotto pressione per il numero rilevante di processi, in aumento.
D’altra parte, che vi siano oggi molti minori che compiono reati anche gravi è un fatto, che non può essere ignorato. La risposta, probabilmente, come per gli imputati adulti, non sta nella sola adozione di strumenti repressivi, ma in un maggior investimento in termini di uomini e mezzi, a cominciare appunto dalle carceri. Il reclutamento di giovanissimi da parte delle reti criminali è un fatto, ma manca un intervento efficace nei confronti di chi li recluta. Va osservato che la presidente del Consiglio si è dimostrata consapevole del problema nelle sue dichiarazioni: “la norma da sola non risolve il problema né quando si parla di giovanissimi si può ragionare solo sul piano della repressione…Un ragazzo di 15 o 16 anni che diventa violento o commette reati quasi mai ci arriva da solo. Molto spesso c’è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c’è nulla, un adulto che ha approfittato del vuoto. Riempire quel vuoto richiede molto lavoro, sostegno alle famiglie, scuola, formazione, lavoro, centri sportivi, spazi di aggregazione, lotta al degrado, presidi nelle aree più difficili. E noi – assicura la premier – stiamo lavorando su tutti questi fronti….”. Un intervento a 360 gradi è senz’altro da approvare, ma questi interventi di carattere più generale per il momento non si vedono.





