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”Hamas potrebbe non essere terrorismo”, la frase choc di Mélenchon scatena la bufera e i sopravvissuti del 7 ottobre lo portano in tribunale

Ariel Piccini Warschauer.

Una nuova, violentissima tempesta politica si abbatte sulla sinistra radicale francese e sul suo leader indiscusso, Jean-Luc Mélenchon. Le sue ultime dichiarazioni sulla natura dei massacri perpetrati da Hamas il 7 ottobre 2023 hanno superato il livello della polemica geopolitica, trasformandosi in un caso giudiziario formale che spacca l’opinione pubblica transalpina e riaccende i riflettori sul reato di apologia del terrorismo.

Il fondatore della France Insoumise e già proiettato verso la candidatura presidenziale del 2027 si trovava davanti al tribunale di Parigi per esprimere solidarietà ad Anasse Kazib, esponente di spicco della sinistra radicale sotto processo per aver espresso aperto sostegno alle azioni di Hamas. Interpellato dai cronisti sulle accuse di compiacimento verso la violenza che gravano su una parte della sua coalizione, Mélenchon ha risposto con parole che hanno immediatamente sollevato un’ondata di indignazione: “È stupido pensare che tra noi ci siano persone che gioiscono del terrorismo, ammesso che gli atti di cui stiamo parlando siano davvero terrorismo. La questione della forma di resistenza che si oppone a un’oppressione è materia di discussione”.

Una derubricazione o, quantomeno, una relativizzazione della strage che non è rimasta priva di conseguenze. Tre cittadini francesi sopravvissuti al pogrom nei kibbutz e al festival Nova hanno depositato una denuncia formale per apologia del terrorismo contro l’ex candidato all’Eliseo. Per i ricorrenti, le parole di Mélenchon equivalgono a presentare i crimini del 7 ottobre — che hanno visto tra le vittime numerosi cittadini francesi, come la dodicenne Noya Dan e sua nonna Carmela, trucidate a Nir Oz — non come un atto terroristico efferato, ma come una legittima “forma di resistenza” all’interno di un’astrazione teorica.

Il caso Mélenchon è solo la punta dell’iceberg di una faglia profonda che attraversa la sinistra francese. Anche l’eurodeputata Rima Hassan si trova attualmente incriminata per reati analoghi, dopo aver pubblicato sul proprio profilo X una citazione di Kozo Okamoto, il terrorista dell’Armata Rossa Giapponese responsabile del massacro all’aeroporto di Lod nel 1972: “Finché ci sarà oppressione, la resistenza non sarà solo un diritto ma un dovere”. A ciò si aggiungono le tensioni interne provocate dalla deputata Sophia Chikirou, che ha definito “martire” il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ucciso a Teheran.

Il posizionamento della France Insoumise ha tuttavia trovato sponda in un ampio fronte intellettuale. Più di duecento personalità di rilievo internazionale hanno firmato un appello sul quotidiano L’Humanité in difesa di Rima Hassan. Tra i firmatari spiccano nomi come l’ex ministra della Giustizia francese Christiane Taubira, l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, la premio Nobel per la letteratura Annie Ernaux e la filosofa statunitense Judith Butler, i quali rivendicano lo spazio del dissenso politico e della critica radicale alle politiche dello Stato di Israele contro la criminalizzazione del dibattito.

Mentre nelle aule di giustizia si consuma lo scontro penale, l’ala territoriale del movimento mélenchonista continua a lanciare segnali di aperta sfida istituzionale. Diverse amministrazioni locali dell’hinterland parigino, storiche roccaforti della sinistra radicale e dell’islam francese più radicalizzato, hanno intrapreso iniziative di forte impatto simbolico. A Saint-Denis, comune dove Mélenchon ha registrato un successo schiacciante alle ultime consultazioni, l’amministrazione guidata da Bally Bagayoko ha conferito la cittadinanza onoraria a Marwan Barghouti, leader palestinese condannato a cinque ergastoli in Israele per il coinvolgimento in attentati durante la Seconda Intifada.

La bandiera palestinese sventola ora sul municipio di Saint-Denis, tra i cori degli attivisti che inneggiano alla Palestina con lo slogan: “Siamo tutti figli di Gaza!”. Barghouti è stato insignito della medesima onorificenza da circa venti municipalità francesi, tra cui Ivry-sur-Seine, La Courneuve e Vitry-sur-Seine, mentre la città di Argenteuil — spesso definita dalle cronache sociologiche transalpine come epicentro del salafismo locale — mantiene un gemellaggio ufficiale con Kobar, il villaggio natale dello stesso Barghouti. Per la sinistra transalpina si tratta di solidarietà internazionale contro l’occupazione; per i critici e le famiglie delle vittime, è la saldatura definitiva tra l’estremismo politico nostrano e l’apologia della violenza islamista. 

”Hamas potrebbe non essere terrorismo”, la frase choc di Mélenchon scatena la bufera e i sopravvissuti del 7 ottobre lo portano in tribunale

Il Campo largo sembra il Campo Lavrov

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