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Guerra nel Golfo, raid Usa in Iran e pioggia di droni sugli Emirati

Ariel Piccini Warschauer.

La fragile tregua nel Golfo Persico è andata in frantumi all’alba di questa mattina, quando il cielo sopra gli Emirati Arabi Uniti si è illuminato per le scie dei missili intercettori. L’Iran ha lanciato un massiccio attacco coordinato con droni e missili balistici contro la monarchia emiratina, costringendo Abu Dhabi ad attivare i propri sistemi di difesa aerea in tutto il Paese. Forti esplosioni sono state avvertite dalla popolazione, mentre il Ministero della Difesa emiratino confermava l’abbattimento di diverse minacce dirette verso infrastrutture critiche.

La risposta di Washington

L’escalation era stata innescata poche ore prima da una serie di “raid punitivi” condotti dagli Stati Uniti contro obiettivi strategici in territorio iraniano e nello Stretto di Hormuz. Il Comando Centrale americano (CENTCOM) ha definito l’operazione una risposta necessaria alle provocazioni di Teheran contro i cacciatorpediniere della Marina USA.

Nonostante il rumore dei caccia, il Presidente Donald Trump mantiene una linea ambigua. Da un lato colpisce, dall’altro rassicura: «I negoziati sono ancora in corso», ha dichiarato dalla Casa Bianca, definendo i bombardamenti un atto dovuto per proteggere la libertà di navigazione, senza però voler dichiarare ufficialmente concluso il percorso diplomatico iniziato il mese scorso.

Fronte interno: la “rivolta” dei Repubblicani

Ma la strategia di Trump non convince più nemmeno i suoi. In una mossa politica senza precedenti, il deputato repubblicano del Michigan, Tom Barrett, ha presentato una legge d’urgenza per “recintare” i poteri bellici del Presidente. Il disegno di legge Barrett mira a porre fine alle ostilità entro luglio e stabilisce un divieto categorico all’impiego di truppe di terra. È il segno tangibile di una stanchezza profonda: il Congresso non vuole un altro conflitto decennale e cerca di prevenire un’invasione su vasta scala che appare, ogni giorno di più, una possibilità concreta.

Il blocco e la tenuta di Teheran

Intanto, la guerra si combatte anche sul piano economico. Gli Stati Uniti hanno esteso le sanzioni all’Iraq, accusato di essere il “polmone finanziario” di Teheran, facilitando il contrabbando di greggio per aggirare l’embargo. Tuttavia, l’intelligence americana frena gli entusiasmi: secondo gli analisti di Washington, l’Iran avrebbe scorte e resilienza sufficienti per resistere al blocco navale per “molti mesi”, rendendo l’arma della fame economica meno efficace del previsto nel breve termine.

La regione resta una polveriera. Mentre le diplomazie internazionali tentano disperatamente di riaprire un canale di comunicazione, il rombo delle batterie anti-aeree negli Emirati ricorda al mondo che, nel Golfo, il tempo delle parole sembra stia per scadere.

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