Giusto un servizio civile per uomini e donne al posto del servizio militare di leva
Alberto Heimler su InPiù propone un servizio civile per i giovani. Accanto alla scuola, due istituzioni hanno contribuito a creare gli italiani: l’esercito e la televisione. La leva ha messo a contatto giovani di regioni e ceti diversi, rafforzando il senso di appartenenza a una patria comune. La televisione ha diffuso la lingua italiana e un patrimonio condiviso di conoscenze e riferimenti culturali. Con la fine della guerra fredda e il mutamento delle esigenze di difesa, si è affermato il modello dell’esercito professionale. Dal 2005 le chiamate alla leva obbligatoria sono state sospese. Più recentemente, alla televisione generalista si sono affiancati social network, podcast e gruppi WhatsApp: strumenti che permettono nuove forme di comunicazione, ma possono anche favorire la separazione in ambienti che dialogano poco tra loro. Nel frattempo, le esigenze di integrazione sono diventate più complesse. Alle differenze regionali e linguistiche interne si sono aggiunte quelle legate all’immigrazione da paesi con lingue, culture e religioni diverse. La scuola resta un luogo fondamentale di incontro, ma non può sostenere da sola il compito di costruire un’appartenenza comune. Condividere una lingua è essenziale; imparare a vivere insieme richiede anche esperienze e responsabilità condivise.
A mio giudizio, con la sospensione della leva abbiamo perso un importante strumento di integrazione, senza sostituirne pienamente la funzione. Non possiamo sapere se la sua permanenza avrebbe evitato gli episodi di violenza di queste settimane. Possiamo però chiederci se una società frammentata non abbia bisogno di occasioni in cui giovani di provenienze diverse si conoscano e collaborino, al di fuori delle rispettive cerchie familiari, sociali o religiose. Per questo credo sia utile ripensare a qualcosa come la leva, per uomini e donne: un periodo di servizio comune obbligatorio, eventualmente civile, dedicato ad attività di utilità collettiva. Il servizio civile universale offre già un’esperienza di questo tipo, ma su base volontaria. La proposta è fare di un’esperienza condivisa una tappa della vita di tutti i giovani, includendo quelli di origine straniera che vivono stabilmente nel nostro paese. Perché serva davvero all’integrazione, dovrebbe riunire giovani di territori e ambienti diversi, facendoli vivere insieme e impegnandoli in compiti utili, con un’organizzazione che concili il servizio con i percorsi di studio e favorisca l’ingresso nel mondo del lavoro L’obiettivo è costruire un senso di appartenenza che attraversi le differenze culturali e religiose. Una società di persone diverse ma unite ha bisogno anche di luoghi e momenti in cui questa unità si possa vivere. L’Italia, e probabilmente anche il resto d’Europa, avrebbero molto da guadagnarci.





