Ex Ilva, il banco di prova della capacità dello Stato italiano di fare politica industriale
Claudio Di Donato su InPiù si occupa dell’ex Ilva che da tempo non è più soltanto una crisi aziendale: è diventata il banco di prova della capacità dello Stato italiano di fare politica industriale. Il nuovo prestito ponte può evitare un’immediata interruzione delle attività, ma finanziare la continuità senza aver definito la destinazione industriale significa soltanto acquistare altro tempo a spese dei contribuenti. E il tempo, dopo oltre dieci anni di emergenze, è ormai la risorsa più scarsa. La decisione della Corte d’Appello di Milano, che impone lo stop dell’area a caldo entro 90 giorni in assenza della completa rimozione dell’amianto e del rientro delle emissioni nei parametri di sicurezza, rende definitivamente impraticabile la strategia dell’attesa. Non si può continuare a contrapporre salute e produzione: senza sostenibilità ambientale non esiste più una prospettiva industriale, ma senza produzione non esistono neppure le risorse, le competenze e il consenso sociale necessari per realizzare la transizione. L’interesse confermato da Jindal, esteso anche all’area a caldo e accompagnato dall’ipotesi di un nuovo forno carbon free, rappresenta un’opportunità, non ancora una soluzione. Deve essere tradotto rapidamente in un’offerta vincolante, sostenuta da capitale industriale, tempi certi, obiettivi produttivi, garanzie occupazionali e investimenti verificabili. Non è sufficiente trovare un acquirente: serve un imprenditore siderurgico disposto ad assumersi il rischio industriale dell’operazione.
La possibile soluzione richiede un’architettura nuova. Lo Stato dovrebbe restare nel capitale con una partecipazione temporanea e non dominante, destinando ogni ulteriore risorsa pubblica esclusivamente a investimenti e obiettivi misurabili: bonifiche, forni elettrici, produzione di preridotto, approvvigionamenti energetici competitivi e riduzione delle emissioni. I costi ambientali pregressi devono essere perimetrati con trasparenza, separandoli dalla gestione industriale futura, mentre l’indotto deve essere protetto attraverso garanzie sul credito, certezza dei pagamenti e strumenti specifici per sostenere la transizione. Occorre, infine, predisporre immediatamente anche un piano alternativo nel caso in cui l’interesse di Jindal non si trasformi in un impegno contrattuale. L’Italia non può rinunciare alla produzione primaria di acciaio, essenziale per automotive, meccanica, costruzioni e difesa, ma non può neppure continuare a sostenere un impianto senza governance, senza investimenti e senza un orizzonte tecnologico. Il prossimo prestito ponte deve essere davvero l’ultimo: non il finanziamento di una nuova proroga, ma il ponte verso una decisione industriale.





