Erri De Luca controcorrente a Gerusalemme: “Sono sionista e a Gaza nessun genocidio”
Ariel Piccini Warschauer.
Ci sono gesti che, nel perimetro sempre più polarizzato della cultura italiana e occidentale, assumono il peso specifico di una scelta di campo assoluta. Quello di Erri De Luca non è il viaggio promozionale di un autore internazionale; è, per usare le parole del quotidiano Israel Hayom, «un atto di allineamento morale contro i venti dominanti». Mentre il Nobel sudafricano J.M. Coetzee sceglie la via del boicottaggio rifiutando l’invito all’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim a Gerusalemme, lo scrittore napoletano atterra in Israele per l’incontro «From Naples to Jerusalem», un dialogo con il professor Uri S. Cohen che si preannuncia già come un caso politico e culturale.
De Luca, intellettuale da sempre irregolare, attivista sociale che mastica lo yiddish e l’ebraico antico e che ha restituito alla Bibbia una traduzione asciutta e materica, rompe i tabù del dibattito europeo con la consueta durezza della sua prosa. E lo fa rivendicando una parola che nel discorso pubblico contemporaneo è diventata quasi un anatema.
«Sionista non è una maledizione»
«In Italia, e in gran parte dell’Occidente oggi, sionista è una maledizione», dichiara De Luca senza giri di parole. «Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria». Una definizione, la sua, che estende i confini dell’appartenenza a chiunque condivida l’idea della coesistenza: «Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista per questo fatto stesso. In Europa ci sono molte persone che la pensano così ma hanno paura della loro stessa ombra».
Una fermezza che De Luca ha voluto mettere nero su bianco anche nelle relazioni private, come nella recente corrispondenza con l’amica e cantante Achinoam Nini (Noa), declinando la partecipazione a un evento a Firenze se questo avesse ospitato posizioni massimaliste: «Le ho detto: sarò felice di venire, ma sono sionista. Non sono capace di condividere un palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa più importante, non collaborerò con nessun evento o forum in cui si parli di genocidio in riferimento a Gaza».
La rabbia grammaticale e la realtà della guerra
È proprio l’uso della parola «genocidio» a scatenare in De Luca quella che definisce una profonda «rabbia grammaticale». Per chi ha speso la vita a pesare il valore dei vocaboli, l’estensione del termine alla tragedia di Gaza rappresenta «una distorsione storica e verbale». «So benissimo cosa sia un genocidio. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. È l’effetto inevitabile del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. È terribile, ma non è genocidio». La prova, secondo lo scrittore, risiede nella stessa condotta operativa delle Forze di Difesa Israeliane (IDF): se l’obiettivo fosse stato lo sterminio, l’esercito avrebbe avuto un bersaglio immobile. «Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota. Non si basa su fatti, ma su un chiaro desiderio di ferirne la legittimità».
Il crollo del 7 ottobre e l’analogia storica
Nel ricostruire il trauma del 7 ottobre, De Luca non risparmia critiche al governo israeliano, parlando di una «ignoranza volontaria», un rifiuto conscio di comprendere la situazione che ha portato all’assenza di una difesa militare immediata nella zona. Eppure, proprio nella specificità di quel massacro, individua un elemento di crudeltà inedito, persino rispetto ai pogrom della storia europea: il rapimento di massa e la detenzione dei civili nei tunnel, una «dimensione pianificata e razionale» che lo distacca dalla violenza rurale e disorganizzata del passato.
La tesi più provocatoria di De Luca riguarda però il futuro dei palestinesi e la necessità di una sconfitta militare di Hamas per la loro stessa emancipazione. Un paradosso che lo scrittore spiega attingendo alla storia del Novecento: «L’Italia è riuscita a liberarsi del fascismo di Mussolini solo perché ha perso completamente la guerra e perché le forze alleate hanno occupato il paese. Nessun popolo può liberarsi da solo di un regime totalitario interno senza uno shock esterno schiacciante». I parallelismi storici citati sono netti: la Spagna di Franco, non toccata dalla guerra, ha visto il fascismo sopravvivere fino agli anni Settanta; la dittatura argentina è caduta solo dopo la disfatta militare delle Falkland contro la Gran Bretagna. «C’è un momento storico in cui un popolo può essere redento e liberato solo attraverso la sconfitta militare dei suoi leader tirannici. È quello che sta accadendo ora a Gaza».
Il disprezzo per la «cricca»
Davanti al rischio dell’ostracismo o del silenzio da parte dell’establishment culturale italiano, l’autore di Non ora, non qui mostra un cortese ma totale disprezzo. Un isolamento, il suo, che dura da un quarto di secolo per scelta deliberata: il rifiuto di premi, giurie e dinamiche editoriali. «Gli insulti della cricca letteraria non mi toccano», conclude. «Quando una persona è appoggiata a una parete di roccia, non ha bisogno di un critico letterario che tenga la corda».
A Gerusalemme, Erri De Luca conferma la sua natura: un uomo solo davanti alla roccia della storia, che preferisce la durezza dei fatti alla comodità del consenso.





