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Politica

Enrico Zanchi se n’è andato, è stato un maestro della comunicazione istituzionale

Se n’è andato Enrico Zanchi e Roberto Barzanti, che gli era amico, su Oltre il Ponte ha descritto un personaggio-non personaggio che nella storia del giornalismo e della politica senese e toscana ha avuto un peso rilevante.

Ci ha lasciato Enrico Zanchi, nipote di Gildo Zanchi che fu a lungo decano dei giornalisti senesi. Anche Enrico fu un giornalista, ma limitarsi a evocarlo per un mestiere che seppe svolgere con impeccabile misura non è possibile per i tanti che l’hanno conosciuto e in particolare per la cerchia di amici con cui ha intrattenuto fino all’ultimo cordiali contatti.

Enrico era nato nel 1942 ed aveva avvertito fin da giovanissimo una spigliata propensione per la scrittura. Indimenticabili per lui furono gli anni universitari fiorentini e la frequentazione di una Facoltà di Lettere di eccezionale prestigio. Quando la evocava si soffermava sul vero e proprio godimento che provava alle lezioni di Gianfranco Contini. Questa predilezione la dice lunga sulla sua inclinazione per una lingua esatta, antiretorica, essenziale. 

Nel ’67 lo troviamo iscritto all’Ordine dei giornalisti e la data coincide con il varo del Nuovo Corriere Senese di cui fu il primo direttore. Il primo numero del settimanale andò in edicola il 4 ottobre 1967. Nonostante fosse finanziato dalla Federazione provinciale del PCI, fin dal titolo dichiarava di far propria la linea del grande quotidiano, Il Nuovo Corriere diretto da Romano Bilenchi.

Non posso far a meno di immaginarlo nella rumorosa tipografia La Diana, in Vallerozzi, insieme alla squadra che dirigeva con autorità gentile. E con lui Mino, Zamperini, il Sesti, Tina. E, ancora, con Pedro alla linotype e Renzo Corsi, per lui un vero fratello, che portava una notizia dell’ultim’ora per la quale bisognava per forza trovar posto.

Ma Enrico dovette abbandonare la posizione di primo piano che naturalmente ricopriva per assumere l’incarico di regista dell’Ufficio comunicazione e informazione del Consiglio regionale della Toscana.

E quanto dichiarò in una lunga intervista sui caratteri che doveva possedere il responsabile di una sede così delicata scoprì l’etica che stette alla base del suo lavoro esemplare: “La Regione Toscana – dichiarò – sin dalla sua istituzione nel 1970, si è posta il problema di creare opportuni strumenti di informazione sulla sua attività, distinguendo nettamente la diversità di un’informazione proveniente da un governo da quella proveniente da un’assemblea. Purtroppo, spesso si tende anche nella comunicazione istituzionale ad amplificare i fatti, a creare qualcosa di sensazionale. Questo è l’errore più grave di un operatore dell’informazione all’interno di un ufficio stampa non solo dal punto di vista della deontologia professionale, ma in particolar modo perché il giornalista dell’ufficio stampa della Pubblica Amministrazione deve avere come referente primario i cittadini a cui è dovuto riferire un’informazione completa, corretta ed obiettiva”.

In questo ammonimento è evidenziata la diversità tra comunicazione e informazione: chi aveva compiti di fatto istituzionali, si doveva attenere ad un’asciuttezza che escludesse la ricerca di personalismi o di sensazionalismi.

Enrico, da vero direttore, amava fare il giornale e scriveva in prima persona quando era necessario. Insieme elaborammo nel 2006 il numero speciale de Il Ponte monograficamente dedicato a  Siena tra fedeltà e innovazione. Nell’introduzione si legge un lucido prevedere il futuro verso il quale Siena stava proiettandosi: “Pensare una città con i suoi caratteri peculiari e i suoi tipici dilemmi conduce a esaminare in un contesto problemi che appartengono a tutti e conducono non solo all’Italia ma all’Europa e alla sua difficile integrazione”. La sfida era ardua, ma ne uscì fuori un dossier che tuttora si sfoglia con punte di nostalgia.

Enrico Zanchi era modesto e ci teneva a esercitare il suo mestiere senza pose da protagonista, come ora va di moda. Chi ha ascoltato le lezioni tenute all’Università al Dipartimento di Scienze politiche di storia del giornalismo, ha appreso direttamente i canoni alla base del suo impegno, civile e professionale.

Nel 2003 assunse con divertito piglio l’incarico di capo ufficio stampa del Siena calcio. E qualcuno si meravigliò. Eppure, proprio nei ritmi del giornalismo sportivo si dovevano applicare i cardini di una visione ispirata all’ estrema sintesi, a stare strettamente dentro la macchina della pagina. Non a caso fu corrispondente del “Corriere dello Sport- Stadio”.

Aldilà di queste note sul suo percorso professionale, è inevitabile per chi ha avuto Enrico amico affettuoso per tanti e tanti anni rammentare, almeno di sfuggita, l’autenticità di un rapporto chiaro e leale. Se avessi scritto qualcosa che a suo parere non andava te lo avrebbe detto, senza ipocrisie.

Quando ci incontravamo alla medesima edicola a comprare il giornale di carta di cui non potevamo fare a meno fioccavano giudizi severi di chi continuava a osservare Siena con curioso, spasmodico attaccamento. Enrico nutrì un solido amore per la famiglia e non è separabile la sua figura da quella di Patrizia, di Paolo e di Silvia. Né è dimenticabile il legame con il fratello Cesare. 

Soprattutto però mi stringe il cuore la gioia che lo animava nel seguire tutti i nipoti, come un padre che non risparmiava fatica. Spesso lo incontravo in via della Sapienza, io affannato per non perdere il bus numero 1 che mi portava a casa e lui che felice ritornava o andava a prendere uno dei suoi nipoti. Riascolto mentalmente un’esclamazione che era anche un insegnamento: “Vedrai! Non c’è cosa più bella che insegnare a un nipotino e imparare con lui”.

Anche Enrico è stato un maestro non solo del mestiere che ha amato ma di doveri da assolvere con slancio, senza remore.

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