E’ normale che il sistema politico si occupi delle banche
Angelo Vaccariello sul Riformista si occupa degli ultimi movimenti del risiko bancario. Il via lo ha dato il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. In un’intervista a Milano Finanza ha spiegato che le dinamiche di mercato vanno rispettate ma “auspica” che Monte de’ Paschi di Siena non venga smembrata. L’Amministratore Delegato di Mps, Luigi Lovaglio, ha colto la palla al balzo e ha iniziato una serie di manovre per garantire che la banca senese non venisse smembrata ma che, anzi, possa continuare a giocare un ruolo decisivo. La posizione della premier, spiegano molti esperti, pare sia condivisa anche dal Pd da sempre partito di “riferimento” dell’Istituto di credito. Ecco dunque spiegati i movimenti finanziari che in piena estate stanno riscaldando la “foresta pietrificata” del sistema bancario italiano, secondo la definizione di Giuliano Amato.
Per molti anni Monte dei Paschi è stata raccontata come il grande problema del sistema bancario italiano. Perdite, crediti deteriorati, aumenti di capitale e intervento pubblico avevano trasformato la banca più antica del mondo nel simbolo delle fragilità del settore. Oggi lo scenario è cambiato. MPS ha rafforzato il patrimonio, ridotto i rischi e recuperato redditività, tornando a occupare una posizione centrale negli equilibri finanziari del Paese. Non è più soltanto una banca da mettere in sicurezza o da restituire al mercato, ma un soggetto intorno al quale possono essere costruite nuove aggregazioni.
Il settore bancario italiano, del resto, sta vivendo una fase nella quale restare fermi può diventare più rischioso che muoversi. La crescita dei ricavi favorita dai tassi elevati non può durare per sempre, mentre aumentano i costi della tecnologia, della sicurezza informatica e degli adempimenti normativi. Le banche cercano quindi dimensioni maggiori per ridurre i costi, ampliare la clientela e vendere più servizi finanziari, assicurativi e di gestione del risparmio. È questa la logica che alimenta il cosiddetto risiko bancario: non una semplice corsa alle acquisizioni, ma il tentativo di prepararsi a un mercato nel quale pochi grandi gruppi controlleranno una quota crescente del risparmio italiano. MPS dispone di elementi che la rendono particolarmente appetibile. Ha una rete radicata sul territorio, milioni di clienti, un marchio ancora riconoscibile e partecipazioni finanziarie di valore. Ma proprio questa nuova forza impone scelte delicate. Acquistare un’altra banca può produrre risparmi e aumentare i ricavi, ma può anche generare costi di integrazione, sovrapposizioni tra filiali e tensioni sul personale. Le dimensioni, da sole, non garantiscono il successo. Un’operazione è utile soltanto se crea una struttura più efficiente e non serve semplicemente ad alzare barriere contro eventuali scalate.
C’è poi una questione più ampia, che riguarda l’intero Paese. La progressiva concentrazione del credito in pochi grandi gruppi può rendere le banche più solide, ma rischia anche di ridurre la concorrenza e il rapporto con i territori. Per famiglie e piccole imprese avere meno interlocutori non è necessariamente un vantaggio. La vera partita di MPS, quindi, non riguarda soltanto il destino di una banca un tempo salvata dallo Stato. Riguarda il modello bancario che l’Italia vuole costruire: più efficiente e competitivo, oppure semplicemente più concentrato. Dopo essere stata per anni l’istituto da salvare, MPS è diventata una delle banche che possono decidere il futuro del sistema. Ed è forse questo il segnale più evidente di quanto siano cambiati gli equilibri della finanza italiana.
Che piaccia o no, infine, il credito gioca un ruolo fondamentale in ogni sistema economico. Dunque è normale che il governo di turno o il sistema politico si interessi ad operazioni che possono cambiare la geografia finanziaria del Paese. Interesse del sistema è che le banche siano forti, siano indipendenti ma soprattutto sostengano famiglie e imprese. Cosa che, negli ultimi anni, le banche italiane non hanno fatto proprio al meglio.





