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Politica

E’ nato Contucci, metà Giuseppe Conte e metà Sigfrido Ranucci

Pile of newspapers on white background

C’è un nuovo personaggio che si aggira per il dibattito pubblico italiano. Non esiste all’anagrafe, ma lo si incontra sempre più spesso nei palazzi della politica, negli studi televisivi e sui giornali. Si chiama Contucci. Lo ha inventato Salvo Sottile e ne parla sul suo blog. È metà Giuseppe Conte e metà Sigfrido Ranucci. Il primo gli presta il talento dell’avvocato capace di parlare per ore senza concedere un millimetro alla domanda. Il secondo quello del giornalista che, quando la domanda riguarda lui, anziché rispondere preferisce spiegare perché chi la pone sarebbe mosso da fini politici. Due mondi lontanissimi, almeno in teoria. Eppure, osservandoli in questi giorni, viene il dubbio che abbiano frequentato la stessa scuola: quella dell’autoassoluzione permanente.

Contucci non perde mai. Contucci non sbaglia mai. Contucci, soprattutto, non chiede mai scusa. Se qualcosa non torna, la colpa è sempre di qualcun altro. Se emerge una contraddizione, è un complotto. Se qualcuno pone una domanda scomoda, significa che sta facendo il gioco del nemico. È un meccanismo tanto semplice quanto efficace: trasformare ogni richiesta di chiarimento in un’aggressione politica.

L’audizione di Giuseppe Conte davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid era l’occasione perfetta per fare una cosa che in Italia fanno sempre meno persone: riconoscere che, durante una delle più grandi tragedie della storia repubblicana, qualcosa poteva essere gestito meglio. Nessuno pretendeva una confessione. Sarebbe bastata una frase semplice: eravamo impreparati, abbiamo preso decisioni difficili, alcune si sono rivelate sbagliate. Sarebbe stato un gesto di umiltà. E, paradossalmente, anche di forza.

Invece no. Per tre ore è andata in scena una lunga autodifesa nella quale tutto è sembrato inevitabile, necessario, perfino impeccabile. Quando le domande si facevano più scomode, il baricentro della discussione si spostava altrove: il governo attuale, Giorgia Meloni, l’opposizione di ieri, lettere anonime riemerse dal passato. È un’arte raffinata: quando non puoi cambiare i fatti, cambi l’argomento. Così il processo si trasforma in comizio e chi dovrebbe rispondere torna a fare l’accusatore.

Ed è esattamente qui che entra in scena l’altra metà di Contucci.

Sigfrido Ranucci, nelle ultime settimane, si è trovato al centro di polemiche non per un’inchiesta giornalistica ma per le sue frequentazioni. Attenzione: non sto dicendo che un giornalista debba scegliere gli amici con il certificato penale in mano. Sarebbe un principio assurdo, oltre che pericoloso. Il punto è un altro. Se qualcuno pone una domanda su quelle frequentazioni, se osserva che certe immagini possono creare un problema di opportunità, la risposta non entra quasi mai nel merito. Si sposta subito sul terreno della politica, sul complotto ordito per colpire “noi di Report”, una squadra di lavoro non una singola persona che ha esercitato per anni la doppia morale, quella delle domande e delle inchieste che sono lecite finche riguardano gli altri. Se le domande sono rivolte a Ranucci allora no, fermi tutti, come osate?

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