Duello nei cieli del Golfo, l’Iran colpisce ancora e l’ombra del Vietnam su Trump
Ariel Piccini Warschauer.
Il deserto e il mare non perdonano, e la guerra di logoramento tra Washington e Teheran sta entrando in una fase critica, dove i simboli della potenza tecnologica americana iniziano a cadere sotto i colpi della contraerea della Repubblica Islamica dell’ Iran. Nelle ultime ventiquattro ore, il Pentagono ha dovuto incassare un doppio colpo: dopo l’abbattimento di un F-15E sopra il territorio iraniano, un secondo velivolo, un A-10 Thunderbolt II — il celebre e massiccio “Warthog” — è finito nelle acque del Golfo Persico, non lontano dallo Stretto di Hormuz.
Le dinamiche dei due incidenti delineano una mappa del rischio sempre più elevata. Mentre il pilota dell’A-10 è stato recuperato in mare dalle squadre di soccorso americane (il CSAR, Combat Search and Rescue, si conferma una macchina oliata e vitale), rimane il mistero sulla sorte dell’equipaggio dell’F-15E. Teheran, attraverso l’agenzia Tasnim, rivendica i successi per dare ossigeno alla propaganda interna, mostrando che la “barriera di fuoco” dei Pasdaran non è solo una minaccia teorica. Ma la vera partita non si gioca solo con i missili terra-aria. L’intelligence statunitense ha lanciato un avviso che pesa come un macigno sulle ambizioni di Donald Trump di una “vittoria rapida”: l’Iran non ha alcuna intenzione di allentare la presa sullo Stretto di Hormuz. Quella striscia d’acqua, dove transita un quinto del petrolio mondiale, è l’unica vera leva strategica rimasta in mano agli ayatollah. È un “chokehold”, una morsa al collo dell’economia globale che Teheran intende usare per costringere la Casa Bianca a un negoziato alle proprie condizioni, o per trascinare il conflitto in un pantano che l’elettorato americano difficilmente tollererà a lungo.
Mentre il Golfo ribolle, il fronte nord d’Israele esplode. L’IDF ha iniziato a colpire obiettivi mirati a Beirut. Non è solo una risposta ai lanci di Hezbollah, ma parte di una strategia di pressione massima coordinata (almeno negli intenti) con l’alleato americano. Se l’Iran colpisce i jet a stelle e strisce, Israele risponde colpendo i terminali e le infrastrutture militari iraniane nella regione.
Per Trump, che solo pochi giorni fa dichiarava la vittoria a portata di mano (“Abbiamo tutte le carte noi”, aveva postato su Truth), la realtà del campo è un brusco risveglio. La resistenza iraniana e la capacità di interdire il traffico marittimo dimostrano che, nonostante i raid e le sanzioni, il regime ha ancora denti per mordere. La guerra delle cinque settimane sta diventando una prova di nervi dove ogni aereo abbattuto non è solo una perdita materiale, ma un segnale politico inviato direttamente agli uffici di Washington: la via d’uscita dal conflitto non sarà né breve, né gratuita.





