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Diecimila soldati per chiudere il cerchio su Teheran

Ariel Piccini Warschauer.

Mentre i cieli su Teheran continuano a fiammeggiare sotto i colpi martellanti della IAF (Israeli Air Force), Washington prepara il “carico pesante”. Secondo quanto filtrato dal Pentagono e rilanciato stamattina dal Wall Street Journal, l’amministrazione Trump sta valutando l’invio di 10.000 truppe di terra supplementari in Medio Oriente. Un contingente fatto di fanteria e mezzi corazzati che andrebbe a rinforzare la 82ª Divisione Aviotrasportata già rischierata.  

Sul terreno, la pressione non accenna a diminuire. L’IDF ha confermato di aver completato una nuova ondata di raid “estensivi” contro obiettivi del regime nella capitale iraniana. I jet con la Stella di David hanno colpito centri di comando, siti di stoccaggio missilistico e infrastrutture della logistica militare. L’obiettivo strategico è chiaro: degradare la capacità di risposta di Teheran prima che il tavolo dei negoziati diventi l’unica opzione rimasta.  

La mossa dei 10.000 soldati serve a Trump per giocare su due tavoli: Fornire “opzioni militari totali” qualora i colloqui con la leadership iraniana (ormai orfana di Khamenei, ucciso in un precedente raid sul bunker) dovessero fallire. E poi rimane il focus operativo  sullo Stretto di Hormuz e l’isola di Kharg, polmone dell’export petrolifero iraniano, dove le forze USA potrebbero essere impiegate per garantire la navigazione o, all’occorrenza, per un blocco totale.  

Mentre Israele accelera per distruggere quanto più possibile dell’industria bellica iraniana nelle “ultime 48 ore” prima di un eventuale cessate il fuoco, gli Stati Uniti ammassano uomini. Non è un’invasione in stile 2003, ma un posizionamento di scacchi. I 10.000 soldati non sono lì per occupare, ma per assicurarsi che, qualunque sia l’accordo, sia scritto con l’inchiostro dei vincitori.  

La domanda ora è se Teheran, stretta tra le macerie dei suoi siti missilistici e l’ombra dei tank americani, accetterà i 15 punti del piano Rubio o se tenterà l’ultima, disperata carta della resistenza regionale attraverso i proxy rimasti.

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