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Delitto di Garlasco, spunta un’intercettazione del marzo 2025

Ariel Piccini Warschauer.

A quasi vent’anni da quel tragico 13 agosto 2007, il delitto di Garlasco continua a proiettare ombre sinistre, colpi di scena e interrogativi che sembravano ormai sepolti dal tempo e dalle sentenze passate in giudicato. Al centro di questa nuova e inaspettata pagina giudiziaria non ci sono più le vecchie certezze, ma i faldoni di una nuova indagine estremamente complessa che scava nei dettagli mai del tutto chiariti. L’ultimo tassello, rimasto a lungo coperto dal segreto investigativo, emerge oggi da un’intercettazione risalente al marzo del 2025, i cui esiti sono stati cristallizzati solo tre mesi più tardi: la versione di Andrea Sempio sul mistero del “Fruttolo”.

Per anni, i resti di quel vasetto di yogurt rimasti nel sacchetto dell’immondizia della villetta di via Pascoli sono stati considerati un elemento marginale. Oggi, la presenza dell’aplotipo Y di Andrea Sempio sulle unghie di Chiara Poggi ha riacceso i riflettori su ogni minimo dettaglio di quella mattina.

È la perizia genetica firmata dal professor Albani a stabilire un punto fermo che ribalta le prime ipotesi difensive: il DNA rinvenuto sulle linguette dei due vasetti di Fruttolo appartiene indubbiamente alla vittima. Una verità scientifica che contrasta con l’ipotesi iniziale secondo cui lo yogurt potesse essere stato consumato da un soggetto terzo o che, addirittura, quei reperti non fossero legati all’ultimo pasto di Chiara.

Il fulcro del nuovo impianto accusatorio risiede però nelle parole dello stesso Sempio, intercettato a marzo dell’anno scorso durante uno sfogo confidenziale con un’amica. Nei passaggi chiave dell’intercettazione, l’indagato tradisce una profonda preoccupazione per i rilievi scientifici sui reperti della casa, manifestando il timore che gli inquirenti possano isolare le sue tracce biologiche sugli oggetti quotidiani. «Gli unici oggetti che hanno ritrovato sono le scatole del Fruttolo che ha mangiato lei quella mattina», spiega Sempio all’interlocutrice, tentando di circoscrivere la sua presenza. Ma il timore si fa più fitto subito dopo: «La mia paura è che tirassero fuori qualcosa… dal corrimano, dalla maniglia, dalla sedia… o magari… se lei quella mattina lì ha sceso le scale toccando il corrimano… una cazzata così… il telecomando della cella… lì usavo anch’io quei robi lì… quindi se adesso mi vieni a dire che vogliono analizzare il Fruttolo e l’Estathé… l’Estathé o una tazzina… quelli son sicuro che non li ho toccati, quindi su quelli son tranquillo». Un’ammissione, secondo chi indaga, di una frequentazione della casa ben diversa da quella finora ipotizzata, unita al timore tangibile che un “accertamento tecnico irripetibile” potesse incastrarlo definitivamente.

Per la Procura di Pavia, supportata dagli elementi raccolti in un faldone definito “scottante”, gli indizi a carico di Sempio sarebbero ormai ventuno. Non si tratta solo delle tracce sotto le unghie di Chiara o dell’impronta – inizialmente considerata un “handicap” probatorio – repertata sulla manata lasciata sulla parete delle scale della cantina, dove fu ritrovato il corpo esanime della ragazza.

Mentre l’ex avvocato dell’indagato, Massimo Lovati, si trova ad affrontare un processo per diffamazione nei confronti dello studio Giarda (all’epoca difensori di Alberto Stasi, per aver ipotizzato una presunta “manipolazione organizzata” dietro l’inchiesta del 2016), la nuova indagine tira dritto. Il DNA prelevato da un’agenzia investigativa per conto della difesa di Stasi ha aperto un’autostrada giudiziaria che oggi, nel 2026, minaccia di riscrivere completamente la storia di uno dei delitti più mediatici d’Italia.

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