Del ristorante di Lavitola sappiamo quasi tutto ma all’appello dei frequentatori manca una categoria: i magistrati
Il Riformista si occupa del Cefalù Bistrot sappiamo ormai tutto. Sappiamo il tavolo di Sigfrido Ranucci, i giornalisti che vi si fermavano, gli imprenditori, i monsignori; sappiamo perfino, per testimonianza di Paolo Mieli, che le vongole arrivavano già sgusciate. Sappiamo che tre ex magistrati – Violante, Grasso, Ayala – hanno stabilito che Falcone a quel tavolo non si sarebbe mai seduto. Non sappiamo chi, in toga, ci si è seduto invece.
Perché da settimane le voci parlano anche di magistrati fra gli avventori abituali. Il Riformista lo ha scritto già a luglio, e da allora il sipario non si è alzato. Per tutti gli altri commensali il diritto di cronaca ha funzionato senza esitazioni; per questa categoria funziona una riservatezza à la carte.
Mettiamo subito i paletti, perché la materia scotta. Cenare in un ristorante non è un reato, nemmeno se il padrone di casa ha i precedenti di Lavitola. Non si tratta di aprire fascicoli né di scomodare l’articolo 3 del d.lgs. 109/2006, che delle frequentazioni dei magistrati fa, a certe condizioni, materia disciplinare: quello è un altro discorso e spetta ad altri. Si tratta di cronaca. Il cittadino ha diritto di sapere chi frequentava l’uomo che ha confessato di aver ordinato una bomba, per la stessa ragione per cui gli è stato raccontato tutto il resto: chi amministra la giustizia in suo nome è una figura pubblica, e la sua vita di relazione smette di essere un fatto privato quando incrocia il potere.
Norberto Bobbio definiva la democrazia «il governo del potere pubblico in pubblico». Vale per il Parlamento, per i ministri, per le Procure. E non si dica che la magistratura è categoria a parte: è la stessa che si alzò in piedi, nell’aula magna della Cassazione, per applaudire Ranucci. Quel rapporto era pubblico e rivendicato, dentro un circuito fra una parte delle toghe e una parte del giornalismo che conosciamo bene. Perché il suo prolungamento a tavola dovrebbe restare segreto? Il silenzio, del resto, è un pessimo affare proprio per i magistrati. Se quei nomi non esistono, basta dirlo. Se esistono e sono innocui, dirlo costa ancora meno. Tacere è l’unica scelta che trasforma una cena in un sospetto. Delle vongole sappiamo che arrivavano già sgusciate. Dei magistrati sappiamo solo che qualcuno li ha sgusciati dalla cronaca





