Blog - Stefano Bisi
SfogliAmo.eu
Fondato da Stefano Bisi
Q8
Toscana

Dalle celebrazioni del XX settembre parte il rilancio del Museo del Risorgimento a Lucca

La storia ha bisogno di date, ma anche di luoghi. E forse mai come quest’anno la commemorazione lucchese del XX Settembre ha tenuto insieme le due cose: il ricordo della presa di Roma, passaggio decisivo del processo unitario italiano, e il destino del Museo del Risorgimento di Palazzo Ducale, finito nelle ultime settimane al centro di un dibattito che ha riportato l’attenzione sul valore e sulla fruibilità di uno dei luoghi della memoria cittadina. Ne parla Luccaindiretta.it.

La mattinata è cominciata come da tradizione in piazza XX Settembre, con gli Amici del XX Settembre che hanno deposto una corona d’alloro ai piedi del monumento ai Caduti per la patria realizzato da Urbano Lucchesi e inaugurato nel 1897.

Tra le presenze ormai abituali della ricorrenza c’erano Luciano Luciani, Marcella Matelli, Roberto Pizzi, Ave Marchi e Serena Mammini. Per il consiglio comunale hanno partecipato inoltre Ilaria Vietina e Diego Carnini; i saluti istituzionali sono stati affidati all’assessore del Comune di Lucca Moreno Bruni e al consigliere provinciale Luca Menesini. Numerosi anche i cittadini presenti.

Una partecipazione che quest’anno assume un significato particolare dopo le recenti prese di posizione in difesa del Museo del Risorgimento e il successivo impegno della Provincia a mantenerlo aperto e a lavorare per una sua maggiore valorizzazione, con la disponibilità del Comune di Lucca a contribuire al percorso.

Non dobbiamo avere paura della parola laicità nel celebrare il 20 settembre, perché questa data – ha detto Roberto Pizzi – significa anche aspirazione a un sistema capace di garantire tutti. La storia serve a capire da dove veniamo e a non vivere soltanto nel presente. Nell’ignoranza crescente si abbattono statue, si cancellano nomi, ci si vergogna perfino di parti del nostro passato. E invece dobbiamo ricordare anche quel passato virtuoso che, con fatica, ci ha portato alla democrazia”.

Marcella Matelli ha aggiunto: “Il fondamento della laicità è il principio della tolleranza. Oggi siamo circondati da forme di intolleranza e abbiamo bisogno di ritrovarci nei principi risorgimentali, tra i quali c’era proprio la tolleranza. Invito tutti a rileggere il Canto degli Italiani di Mameli e a confrontarlo con l’Inno alla gioia di Schiller: possono ancora dirci molto su ciò che significa costruire una comunità”.

Così Luca Menesini: “Il Risorgimento deve essere ancora oggi un faro. La laicità, la convivenza, la tolleranza e il riconoscimento delle istituzioni comuni sono valori fondamentali. Fare memoria significa anche avere luoghi dove la memoria si conserva: non basta ritrovarsi una volta all’anno davanti a un monumento. Per questo il Museo del Risorgimento è importante e credo sia giusto che resti patrimonio della Provincia, perché questa storia non riguarda soltanto Lucca ma tutto il territorio. Le polemiche delle ultime settimane mi sembra abbiano prodotto un punto di ripartenza e spero che presto si ricrei un vero contesto di rilancio. Se il Risorgimento è stato il grande passaggio dell’Ottocento e la Resistenza e la Repubblica quello del Novecento, dobbiamo anche chiederci quale sia il traguardo del nostro secolo. Credo che l’Europa federale debba essere l’orizzonte verso cui tendere insieme”.

“Tenere vivi questi luoghi della memoria – ha detto Moreno Bruni – significa anche proiettarsi nel futuro. La scuola ha un ruolo fondamentale: dovremmo portare più spesso i ragazzi davanti ai monumenti, spiegare loro perché una piazza si chiama XX Settembre e quali valori sono nati da quella storia. Sul Museo del Risorgimento c’è stato un momento di incertezza, ma il Comune di Lucca ha risposto positivamente all’invito della Provincia ed è disponibile a costruire un percorso che permetta di salvaguardarlo. Perdere quel museo vorrebbe dire perdere una parte della nostra storia e della nostra identità: è un patrimonio che non appartiene a un singolo Comune o a una singola Provincia, ma al Paese intero”.

Dal monumento la mattinata si è quindi spostata a Palazzo Ducale, dove i partecipanti hanno compiuto una breve visita al Museo del Risorgimento, guidata da Luciano Luciani.

Nell’Antica Armeria è stato poi proiettato La presa di Roma, film muto realizzato nel 1905 da Filoteo Alberini e considerato uno dei titoli fondativi del cinema italiano. Articolato in sette tableaux vivants e della durata di circa dieci minuti, ricostruisce l’epilogo del Risorgimento fino all’apoteosi conclusiva: Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II e Cavour accolti nell’immortalità da una figura femminile avvolta nel tricolore, personificazione dell’Italia.

Un film che già nel 1905 non voleva soltanto raccontare un episodio storico. La grande proiezione romana del 20 settembre, davanti alle mura Aureliane e alla breccia di Porta Pia, aveva anche l’ambizione dicontribuire alla formazione di un’identità nazionale comune, raggiungendo attraverso il nuovo linguaggio cinematografico fasce di popolazione ancora poco coinvolte nella costruzione culturale dell’Italia unita.

Da qui il passaggio a un altro protagonista di quella costruzione: Carlo Lorenzini, Collodi, al centro dell’incontro con Luciano Luciani e Luigi Della Santa, a partire dal libro di Roberto Pizzi Carlo Lorenzini. Il padre di Pinocchio. A 200 anni dalla sua nascita.

Ne è emerso un Collodi molto più vasto dell’autore consegnato universalmente alla fama dal suo burattino: il volontario delle guerre d’indipendenza, il giornalista politico e satirico, l’intellettuale immerso nelle vicende dell’Italia risorgimentale e poi progressivamente disilluso rispetto agli esiti dell’Unità. Proprio da quella delusione nasce però, in qualche modo, un’altra missione: se l’Italia era stata fatta, restavano ancora da fare gli italiani.

E i bambini diventavano il punto da cui ricominciare. La scrittura per l’infanzia, l’istruzione, l’educazione e infine Pinocchio entravano così in un progetto più grande della semplice letteratura per ragazzi. Nel mondo del burattino c’è l’Italia povera e contraddittoria dell’Ottocento, con le sue ingiustizie, la fame, le autorità talvolta paradossali, la fatica di crescere e la possibilità di cambiare attraverso l’esperienza e l’educazione. Un libro diventato universale, ma profondamente radicato nel Paese che lo aveva generato.

Q8
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti

Altre notizie da CULTURA

Tutte →