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Da Colle Val d’Elsa lanciano la campagna per l’emergenza annegamento nei fiumi

Le morti per annegamento nei fiumi sono un’emergenza sociale e il capogruppo del Pd al consiglio comune di Colle Val d’Elsa (Siena) Francesco Cavalieri sottolinea un aspetto. “Osservando con attenzione gli ultimi tre casi di bagni mortali avvenuti nel fiume Elsa dal 2021 a oggi, un dato salta all’occhio. Le vittime sono tutte persone di origine straniera, nordafricana o balcanica.  È un aspetto, questo, che credo dovremmo tenere in grande considerazione per poter garantire che tragedie del genere non abbiano a ripetersi“ dice.

“Il primo intervento da mettere in atto – dichiara Cavalieri – è il divieto di balneazione lungo il SentierElsa, almeno nei punti più pericolosi, tenendo conto anche del disturbo che l’eccessivo numero di presenze umane comporta all’area protetta. Allo stesso tempo occorre pensare una forma di educazione al fiume e ai suoi rischi rivolta anche agli utenti che non li conoscono”.

In Italia si registrano in media 330 morti per annegamento ogni anno. Di questi, circa uno su cinque non è residente in Italia. I cittadini stranieri rappresentano una percentuale elevata, soprattutto nelle acque interne, come quelle di laghi o fiumi, dove giovani immigrati e turisti sono i più coinvolti in incidenti spesso mortali. Il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità collaborano per raccogliere dati precisi sulle vittime e avviare campagne di prevenzione.

Secondo gli enti preposti le cause principali alla base di questo tragico fenomeno sono due: la mancanza di esperienza specifica e i comportamenti a rischio. Molti stranieri sono infatti cresciuti lontano dal mare o dai fiumi e hanno di conseguenza meno familiarità con i pericoli dell’acqua. Questo porta spesso ad assumere comportamenti rischiosi, come lanciarsi in tuffi sconsiderati o sottovalutare le correnti.

“A Colle di Val d’Elsa – continua Cavalieri – la tradizione dei bagni nel fiume è talmente radicata da aver sviluppato nelle persone una naturale conoscenza dei comportamenti da tenere e su come scegliere i luoghi in cui fare il bagno. La stessa esperienza non è invece patrimonio di chi arriva nella nostra città da Paesi esteri. Per questo credo che la pubblica amministrazione debba studiare attentamente il fenomeno così da individuare le corrette azioni da mettere in atto per evitare nel futuro altre tragedie simili. Una campagna capillare di informazione e sensibilizzazione nelle lingue delle comunità straniere che vivono nelle nostre zone, potrebbe essere un inizio. Sicuramente non si può immaginare che sia sufficiente la presenza di alcuni volontari lungo il SentierElsa per prevenire gli incidenti e salvare la vita ai bagnanti”.

Tra alcuni giorni, il 25 luglio, come ogni anno, si celebrerà la Giornata Mondiale per la Prevenzione dell’Annegamento, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare sull’importanza della prevenzione degli incidenti da annegamento, una delle principali cause di morte prevenibili a livello globale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Dall’Osservatorio Nazionale Annegamenti viene indicata, come una delle principali cause dei decessi, la bassa temperatura dell’acqua, che nei fiumi e nei laghi è in genere di circa 10 gradi in meno rispetto a quella del mare. 

Spesso le persone si tuffano in acqua dopo essere state esposte al sole a una temperatura di oltre 30 gradi. La notevole differenza di temperatura causa malori da choc termico, bloccando la circolazione del sangue verso il cervello e provocando perdita di coscienza, lo svenimento porta poi a inalare acqua fino ad annegare. Spesso le vittime non sono nuotatori. Provengono da Paesi africani, balcanici o asiatici e non hanno i mezzi per recarsi nelle piscine a pagamento. Un tuffo nel fiume è alla portata di tutti, ma non è sottoposto a regole né a controlli, per cui i soccorsi non sono mai immediati.

“Per questo – conclude Francesco Cavalieri – credo fermamente che il Comune debba affrontare con grande serietà questo fenomeno, senza fare l’errore di pensare che si tratti di una inevitabile fatalità ma, come afferma il Dipartimento Ambiente e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità, sia invece una vera e propria ‘malattia sociale’

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